CdA CNR

Riflessioni sulle prossime elezioni del rappresentante del personale in CdA

Riceviamo e pubblichiamo molto volentieri il contributo del collega Diego Breviario relativo alla prossima tornata elettorale che eleggerà il rappresentante del personale del CNR in CdA. Questo contributo viene pubblicato in contemporanea anche sul blog CoMancio@CNR che, proprio come ilnostrocnr, si propone di essere una piattaforma di discussione delle problematiche di tutti i lavoratori della ricerca del CNR.
Auguriamo buon lavoro ai colleghi di CoMancio@CNR, sicuri che qualunque iniziativa che permetta di discutere in modo civile e intelligente non può che essere utile all’intera comunità del CNR.


RIFLESSIONI E QUESTIONARIO SULLA STRADA MAESTRA CHE DOVREBBE CONDURCI ALLA RINNOVATA ELEZIONE DEL RAPPRESENTANTE DEL PERSONALE CNR IN CDA

La vicina scadenza del mandato del rappresentante del personale di ricerca del CNR presso il CdA dell’Ente, e le relative elezioni che avranno il compito di rinnovarlo, stanno iniziando a promuovere una diffusa e interessata attenzione generale che si avrebbe il dovere di canalizzare verso un esito adeguato alle numerose e diverse problematicità che caratterizzano lo stato attuale di gestione dell’Ente, e le condizioni sempre più difficili in cui si trova ad operare il personale della ricerca. Mai il CNR degli ultimi 30 anni si era trovato in condizioni così gravi sotto il profilo del finanziamento ordinario, in costante declino, del rinnovo di strutture e strumentazioni, assente, di una visione condivisa e strategica della sua missione, assente, di forme di reclutamento del personale programmate e selettive, assenti, di modalità garanti delle progressioni di carriera, inesistenti, di interazioni tra sede centrale, suoi emissari e personale degli istituti, inesistenti, di gestione amministrativa, sempre più complicata e incompatibile con l’esercizio della ricerca, di attacco alla sua credibilità, a causa di vicende scabrose esposte al pubblico ludibrio, di isolamento e stato di costrizione del personale che svolge attività di ricerca, cui per altro si chiede sostegno economico per potere funzionare. Uno scenario drammatico, recuperabile persino dall’attenta lettura della relazione sullo stato della Ricerca e Innovazione in Italia pubblicata nel Giugno 2018 e redatta con il contributo di numerosi studiosi dell’Ente. Per quanto pre-apocalittico, si tratta quindi di un quadro reale, documentabile, sostenuto da molti dati. E qui allora bisogna porre la prima questione e fare il primo distinguo. Chi è responsabile di questo progressivo declino? Chi non ha fatto niente per impedirlo? Chi si ostina a non vederlo e pensa di riproporlo? Bè, tutte queste persone non possono essere i candidati in CdA per il personale della ricerca.

A fronte di ciò, la stessa relazione, come pure molti altri studi di settore, indicano nei ricercatori, l’unico elemento di prestigio. I ricercatori italiani, inclusi quelli del CNR, che rimane la prima organizzazione scientifica del paese, sono tra i più produttivi e più citati al mondo, quando si tratta di pubblicazioni scientifiche. Pare incredibile ma è così. Incredibile perché nessuno mai si aspetterebbe che senza alcun sostegno interno, con strumentazioni obsolete, spesso ospitate in strutture cadenti, penalizzati da un sistema amministrativo che li costringe ad operare a singhiozzo e su tempi irragionevolmente lunghi, sotto costante ricatto di sottrazione dei propri fondi, irreggimentati in orari di servizio incongrui, siano loro a garantire la credibilità dell’Ente. Sì, ma per quanto ancora sarà così, se la situazione non fa che peggiorare? C’è qualcuno meglio di un ricercatore che può opportunamente, e doverosamente, rappresentare questa realtà in CdA?

Ed ora , subito a seguire, e prima delle 10 domande + 1 che porrò sullo stampo di un approccio giornalistico che pare abbia successo, il terzo rilievo. Noi, personale della ricerca, abbiamo per la prima volta avuto un nostro rappresentante interno al CdA nella persona del Consigliere Mocella, come viene chiamato. La domanda che dobbiamo porci è : ha fatto il suo dovere o no? Ci ha ben rappresentato? Se no, dove ha fallito? Chi lo critica, ed è lecito farlo, nessuno è infallibile, ha però il dovere di circostanziare i suoi rilievi, evidenziare eventuali lacune, difetti. Solo in questo modo, a mio avviso, possono concretizzarsi candidature alternative, sostanziate dalla promessa di fare meglio. Attenzione però ad essere realisti, e parlo pure per esperienza personale, perché non si possono contare le modalità, i trucchi, l’isolamento, il già deciso e le pressioni attraverso le quali chi vuole imporsi cerca di rendere inoffensivo chi gli si frappone, non già per partito preso, ma perché possiede un diverso concetto di gestione delle risorse pubbliche e, con tutta probabilità, una più sincera, profonda e disinteressata passione per lo studio e la ricerca.

Prima di chiudere e introdurre le 10 domande + 1, un escamotage per cercare di impedire che la discussione sui nomi prenda il sopravvento sui contenuti, voglio precisare, inutilmente con tutta probabilità, che le considerazioni da me fin qui svolte sono solo dettate da un pensiero libero, possono ovviamente essere confutate e altrettanto ovviamente non sono dirette contro alcuno.

A seguire Questionario.

ORA LE DIECI DOMANDE PIÙ UNA, CHE DESIDEREREI PORRE A CIASCUNO DEI CANDIDATI
  1. Il finanziamento ordinario del CNR è sempre più ridotto e inadeguato nel garantire anche i più semplici servizi al personale della ricerca. Cosa intendi proporre e fare per fermare e possibilmente sovvertire questo andamento?
  2. Allo stato attuale i ricercatori non solo si pagano le ricerche ma provvedono a sostenere il costo di spese di utilità per gli Istituti. Ad alcuni è persino chiesto di contribuire alle affittanze dei locali dove lavorano. Sono poi entrate in vigore circolari che minacciano di sottrarre soldi ai progetti finanziati e di limitare la necessaria autonomia di lavoro dei ricercatori. Sei d’accordo con questo stato di cose? Se no, come ti proponi di risolverlo ?
  3. Cosa pensi dei progetti premiali e di analoghe formule di riduzione del FOE e delle modalità di riassegnazione di quei fondi? Cosa pensi e sai riguardo all’uso dei soldi dei progetti di ricerca definiti come residui? Cosa ne faresti?
  4. L’80% del personale che conduce ricerca al CNR è bloccato da anni nella sua progressione di carriera. Staziona ancora al terzo livello, quello di entrata, nonostante vanti titoli a profusione. Lo trovi giusto? Se no, cosa proponi di fare, in tempi brevi?
  5. E’ in corso un considerevole arruolamento di personale precario, sedimentatosi nel tempo a partire dal blocco delle assunzione del 2002. Cosa pensi delle modalità di immissione? Come pensi si debba procedere nel futuro? Quali dovrebbero essere secondo te i criteri di entrata in pianta stabile nell’Ente?
  6. Informazione. Come intendi tenere informata la comunità scientifica di quanto accade nelle riunioni del CdA e, più in generale, di ciò che riguarda il CNR e la sua attività? Con quali mezzi e con quale sollecitudine? Ravvedi una differenza tra i resoconti delle riunioni in CdA redatti rispettivamente dal Presidente e dal Rappresentante del personale?
  7. Sei soddisfatto dell’attuale organizzazione del CNR e delle attuali modalità di nomina dei Dirigenti, fino al livello di Direttori di Istituto?
  8. Il CNR ha seri problemi di gestione di natura edilizia e di acquisizione e gestione di infrastrutture, piattaforme e strumentazione al passo con il rinnovarsi della tecnologia. Come pensi si possa ovviare? Quali azioni promuoverai?
  9. Ritieni normale centralizzare tutto il disbrigo amministrativo nella sede centrale o ritieni che si debbano ricavare spazi di gestione autonoma su base territoriale? Ritieni normale che il completamento medio di un ordine prenda circa un mese? Lo trovi compatibile l’attività di ricerca ? Se no, cosa proponi di fare?
  10. A fronte degli scandali che periodicamente coinvolgono il CNR come pensi sia meglio reagire, comportarsi, tutelare l’immagine dell’Ente?

10+1. Come valuti il lavoro svolto dal Consigliere Mocella nel corso de suo mandato, il primo del genere, al CNR? Hai rilievi specifici da fare?

Grazie.
Diego Breviario, CNR-IBBA

One thought on “Riflessioni sulle prossime elezioni del rappresentante del personale in CdA

  1. Siccome riteniamo che le persone debbano essere al centro di qualsiasi agenda per il rilancio del CNR, inclusa quella che porterà all’elezione del nuovo Rappresentante in CdA, con questo contributo vorremmo rispondere in modo articolato alle domande 4 e 5 che il collega Breviario ha posto, anche se le nostre risposte toccano inevitabilmente molti degli altri punti sollevati nel decalogo.

    L’80% del personale che conduce ricerca al CNR è bloccato da anni nella sua progressione di carriera. Staziona ancora al terzo livello, quello di entrata, nonostante vanti titoli a profusione. Lo trovi giusto? Se no, cosa proponi di fare, in tempi brevi?

    La conflittualità che ha caratterizzato recentemente il nostro ente si può superare solo recuperando l’unitarietà formale e sostanziale di tutto il personale, rispondendo alle legittime aspirazioni di tutte le professionalità presenti nel CNR, a partire dai Ricercatori e Tecnologi che ne sono la ragion d’essere, e proseguendo con i Tecnici e gli Amministrativi, figure fondamentali per garantirne il funzionamento quotidiano, senza dimenticare i giovani, che hanno diritto ad un futuro con maggiori certezze.

    Facciamo partire un percorso virtuoso per le Progressioni di carriera.
    Forse il tema più sentito tra il personale di ruolo del CNR. Il più importante ente di ricerca nazionale non può continuare a bloccare più del 80% dei suoi Ricercatori e Tecnologi al III livello. Oltre ad essere moralmente inaccettabile è anche strategicamente disastroso non valorizzare la carriera di chi ogni giorno con la propria professionalità, intelligenza e a volte “fantasia” pubblica i risultati di ricerche di altissimo livello, svolge attività di formazione per i giovani e procura quei finanziamenti che contribuiscono in modo rilevante al mantenimento delle strutture ed infrastrutture dell’ente. Come pensiamo di poter competere con i nostri partner europei, che pur ci riconoscono tra le eccellenze del Paese, quando ci presentiamo ai tavoli come group leader dei nostri Istituti privi di un riconoscimento istituzionale da parte del nostro stesso ente?

    Il problema della progressione di carriera dei Ricercatori e Tecnologi ha tre aspetti distinti, che potrebbero essere affrontati nell’imminente vertenza per il rinnovo contrattuale del pubblico impiego: (a) Evitare il feudalesimo. Commissioni concorsuali nominate dai Presidenti degli EPR creano distorsioni e meccanismi di fedeltà tramite le opportunità di carriera. (b) Risorse disponibili. La carriera dei R&T degli EPR è organizzata in un’unica Area Professionale con tre livelli suddivisi in 7 fasce stipendiali di anzianità. Quando avviene la progressione di livello i 2/3 dell’anzianità maturata nel livello inferiore si conservano nel livello superiore. Questo crea un immediato effetto scalone che può innalzare il costo della progressione di livello anche di 10~15000 euro e costituisce un freno alla carriera in un ente dal bilancio esangue e polarizzato sui costi del personale come il CNR. Esiste un possibile meccanismo contrattuale adeguato a risolvere in modo equo sia (a) che (b). Occorre notare che la 4a fascia stipendiale del livello III o II corrisponde approssimativamente alla 1a fascia stipendiale del livello superiore. Ridiscutendo su una base condivisa il principio di conservazione dell’anzianità nel livello successivo, sarebbe possibile rendere economicamente irrilevante nel breve termine per le casse dell’ente il passaggio di livello, con vantaggi individuali invece nel medio e nel lungo termine. Su questa base si potrebbe al limite anche rendere automatico il passaggio di livello a parità di stipendio. Il principio del merito tecnico/scientifico alla base di una più rapida progressione di carriera può quindi essere trasferito sul meccanismo contrattuale dell’anticipo di fascia stipendiale, da attribuire previo raggiungimento di obiettivi che devono essere stabiliti con la partecipazione della comunità scientifica di riferimento. Si sottrarrebbero così le progressioni di carriera interne alle farraginose procedure concorsuali, sostituendole con passaggi di fascia ottenuti in base a soglie abilitative misurabili per ciascuna Area Strategica mediante indicatori di merito scientifico/tecnologico stabiliti dai Consigli Scientifici di Dipartimento, con l’unico limite complessivo delle risorse disponibili stabilite nel PTA. (c) Contenzioso con la PA. Esiste un nodo normativo in base al quale i funzionari del Ministero della PA guardano tradizionalmente in modo ostile l’unitarietà funzionale dei livelli I-III negli EPR. Il Decreto legislativo 150/2009 è andato a modificare il 165/2001 bloccando la mobilità tra aree professionali distinte (ad esempio tra profili di R e di T). La recente sentenza 8985/18 della Corte di Cassazione a Sezioni unite ha ristabilito chiaramente l’unitarietà dell’area professionale del personale di I-III livello, ma esiste comunque un ambiguità normativa su cui il Ministero e l’amministrazione del CNR fanno leva per ostacolare l’applicazione dell’art. 15 del contratto alla carriera interna: la legge in generale prevede infatti la possibilità di immissione in una determinata area professionale per concorso dall’esterno o al livello d’ingresso (III), oppure al livello apicale (I), in caso di necessità motivata di elevate professionalità in un dato settore. Procedure concorsuali, come quelle recentemente espletate, di immissione dall’esterno al II livello devono pertanto essere bloccate con esplicita specificazione nel CCNL, non solo perché mettono a repentaglio la corretta interpretazione della norma contrattuale di progressione interna, ma anche per riaffermare che la progressione interna deve essere l’unico meccanismo legittimo per il passaggio dal III al II livello.

    Il problema della progressione di carriera investe allo stesso modo i Tecnici e gli Amministrativi nell’organico del CNR, spesso trascurati e poco valorizzati pur svolgendo un lavoro fondamentale ed insostituibile di supporto alla ricerca. Le loro possibilità di carriera sono pressoché nulle, data la rarità delle procedure per il passaggio di livello. Il blocco della parte ordinaria del salario, appena intaccato dall’ultimo incremento contrattuale, è aggravato dall’assenza di un’articolazione in fasce stipendiali oltre che da una saturazione della retribuzione integrativa causata dalle assurde regole per il contenimento della spesa, riconfermate con l’art. 23 del Decreto legislativo 75/2017, che limitano il monte complessivo del salario accessorio ed impediscono la valorizzazione professionale anche dei livelli I-III. Se da una parte queste problematiche devono essere affrontate con la dirigenza dell’ente, chiedendo con forza una regolare programmazione dei passaggi di livello previsti dal CCNL, anche in questo caso bisogna condurre una battaglia con il Ministero della Pubblica Amministrazione. Da un lato per favorire l’introduzione di un’articolazione in fasce stipendiali per il personale tecnico e amministrativo, come già avviene per l’università; ma soprattutto per fare in modo che gli enti di ricerca abbiano come unico limite all’impiego dei fondi per il personale quello dell’80% del bilancio consolidato triennale, così come previsto dall’art. 9 del Decreto legislativo 218/2016.

    In ultima analisi, un più elevato grado di coesione interna su tutti questi temi, che vada oltre i conflitti generazionali o dovuti all’appartenenza a diverse tipologie di personale, consentirebbe non solo al Rappresentante nel CdA, ma a tutti noi di presentarci presso le rappresentanze istituzionali e sindacali con proposte unitarie per far introdurre modifiche sostanziali nelle norme di legge e nel CCNL.

    E’ in corso un considerevole arruolamento di personale precario, sedimentatosi nel tempo a partire dal blocco delle assunzione del 2002. Cosa pensi delle modalità di immissione? Come pensi si debba procedere nel futuro? Quali dovrebbero essere secondo te i criteri di entrata in pianta stabile nell’Ente?

    Con la procedura di stabilizzazione avviata ai sensi dell’articolo 20 del decreto legislativo 75/2017, il CNR sperimenta la terza grande sanatoria occupazionale nell’arco di 20 anni, tralasciando interventi di portata più limitata come ad esempio quello promosso dalla legge 125/2013. Per rimanere agli eventi che hanno coinvolto più di 1000 unità di personale, ad un primo intervento nel 2000-2001 basato sul decreto legislativo 19/1999, è seguito un secondo intervento nel 2007-2009 basato sulla legge finanziaria per il 2007 (296/2006), per arrivare alla procedura tuttora in atto, stabilita con il decreto 75/2017 e ripetutamente finanziata con la legge di bilancio per il 2018 (205/2017) e con il riparto del FOE 2018. Pur nella differenza di applicazione delle procedure, non c’è dubbio che l’intenzione del Governo e del Parlamento sia stata sempre quella di risanare accumuli abnormi di precariato storico nel CNR. Lo è nei fatti la sanatoria “concorsuale” del 2000, con un rapporto tra domande presentate e posti disponibili spesso vicino all’unità e con l’azzeramento tra il 2000 ed il 2001 dei circa 1000 contratti a TD stipulati al CNR. Lo è a maggior ragione la stabilizzazione di circa 900 UdP con almeno tre anni di contratto a TD nel 2007-2009, seguita da circa 500 concorsi aperti, immaginati per gli assegnisti di ricerca del CNR, in cui l’attesa valorizzazione del servizio prestato presso l’ente è stata contrastata con successo dalla lobby universitaria. Dello stesso tenore risulta la procedura in corso, in cui alla stabilizzazione diretta di 1100 UdP con contratto a TD ha fatto seguito una procedura concorsuale per gli assegnisti di ricerca (riservata, fregati una volta sì, ma due no), che dovrà concludersi nel 2020 con l’assunzione di tutti gli idonei.

    Perché il CNR ha avuto bisogno di tre sanatorie in 20 anni?
    Esistono due risposte a questa domanda. La prima è “esterna”, e dipende dalla congiuntura politica nazionale. Infatti nel 2001 il Governo Berlusconi II inaugura la stagione della contrapposizione con il pubblico impiego, roccaforte elettorale delle forze politiche di centro-sinistra, bloccando le assunzioni o limitando il turnover in tutte le amministrazioni pubbliche. Una dinamica simile viene adottata dopo la seconda sanatoria negli enti di ricerca dal Governo Berlusconi III con la legge 150/2009 (la “riforma Brunetta”), ed è successivamente aggravata dall’insorgere della crisi economica con i tagli massicci e indiscriminati a tutto il sistema dell’università e della ricerca pubblica, laddove i partner europei stavano invece investendo nelle loro istituzioni di ricerca, una delle più efficaci misure anticicliche in caso di crisi. Nel 2001 comincia inoltre una spirale quasi costante di contrazione del fondo di finanziamento ordinario degli enti di ricerca (FOE) per più di 20 milioni medi all’anno, passando dai quasi 2100 milioni (1575 milioni rivalutati utilizzando il coefficiente ISTAT) del 2001 ai circa 1700 milioni del 2018. Nello stesso periodo il costo totale di un ricercatore CNR III livello in prima fascia stipendiale passava da 34300 euro a 48900 euro. Questi due trend inversi spiegano già in modo piuttosto esauriente, a personale circa costante per il CNR, l’origine lontana dell’attuale sofferenza di bilancio. La seconda risposta è invece “interna”. Durante ambedue i periodi di sostanziale decommissioning economico e di blocco quasi totale delle assunzioni, il CNR ha via via sostituito il personale in quiescenza con personale precario, da una parte ammettendo implicitamente che l’investimento in termini di personale era necessario al funzionamento regolare delle attività di ricerca e di servizio alla ricerca, e d’altra parte continuando ad esercitare sia quelle prerogative clientelari tristemente note anche al grande pubblico, che quelle prerogative feudali, meno note ma ugualmente velenose per la vita del CNR, che hanno permesso ai gradi apicali di usare i soldi dei progetti di ricerca per inseguire i propri obiettivi di carriera o di potere accademico, spesso sfruttando senza un minimo di moralità il personale che assumevano.

    Perché tali sanatorie devono essere in ogni caso considerate necessarie per il CNR?
    L’idea che dopo tre anni di lavoro non si possa più considerare un rapporto di lavoro nella pubblica amministrazione come rispondente alle “comprovate esigenze di carattere esclusivamente temporaneo o eccezionale” definite dall’art. 36 del decreto legislativo 165/2001 si sta lentamente trasformando da una considerazione più che altro morale ad un reale obbligo legale, grazie alle ripetute sentenze dei Tribunali italiani e della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (la famosa sentenza sul precariato nella scuola, ma sono in esame istanze simili per l’università e per gli enti di ricerca). Non solo infatti la Direttiva 70/1999 della CE ha già da 20 anni regolamentato in maniera più dignitosa la somministrazione del lavoro a termine da parte delle pubbliche amministrazioni nei paesi membri; non solo il Decreto legislativo 218/2016 ha recepito nella legislazione nazionale e negli statuti degli enti di ricerca la Carta europea dei Ricercatori ed il relativo codice di condotta per l’assunzione dei Ricercatori, che scoraggiano le forme prolungate di precariato come nocive per il lavoro del Ricercatore; ma anche, sebbene in forma di norma straordinaria, il decreto legislativo 75/2017 ha recepito in modo inequivocabile questa elementare propensione morale ad evitare lo sfruttamento dei lavoratori, e lo ha esteso sia ai lavoratori a TD che a quelli flessibili, riconoscendo all’Assegno di Ricerca la dignità, purtroppo ancora oggi spesso negletta, di rapporto di lavoro che nulla ha più a che fare con la formazione. Desta quindi il massimo stupore che ci siano colleghi che non riconoscano l’elementare senso di giustizia che si trova alla base di norme che impediscono lo sfruttamento prolungato dei lavoratori, in particolare quando è lo Stato ad essere il datore di lavoro. Dato che l’abuso è riconosciuto in base alla durata contrattuale e dato che la norma ha validità erga omnes, non ha alcun senso invocare, come molti colleghi spesso hanno fatto in questi due anni, la ridondanza di alcune categorie di personale stabilizzato o desiderare procedure selettive illegali per “fare giustizia” di assunzioni clientelari. Chi ha fatto battaglie ideologiche e antisindacali inutili su questo tema ha ottenuto gli unici risultati di ritardare l’applicazione delle procedure di stabilizzazione, lasciando molti colleghi senza contratto, e di lasciare fuori, allo stato attuale, colleghi meritevoli con plurime idoneità concorsuali e responsabilità di gestione di milioni di euro per progetti di ricerca, i quali imponevano la tempestiva chiamata diretta in servizio come requisito obbligatorio per l’erogazione dei fondi. “S’io dissi falso, e tu falsasti il conio” (Inferno, canto XXX); falso è pure che la stabilizzazione abbia tolto risorse alla gestione dell’ente mettendo a repentaglio le risorse progettuali a rischio di prelievo forzoso. Sia perché tutte le risorse fin qui impiegate per la stabilizzazione provengono da erogazioni straordinarie del Parlamento e del Governo, che sono andate ad incrementare il finanziamento ordinario o a recuperare somme come l’inutile quota “premiale” 7% che non erano nella disponibilità diretta del CNR. Ma soprattutto perché i soldi sottratti sono quelli dovuti al meccanismo incrociato di definanziamento degli enti di ricerca e di aumento degli stipendi che in meno di vent’anni ha sottratto 400 milioni di euro agli EPR. Non bisogna inoltre dimenticare che le erogazioni straordinarie, conquistate soprattutto grazie alla mobilitazione del personale precario, hanno indirettamente ma efficacemente liberato risorse per la rete scientifica che, non dovendosi più fare carico delle spese per gli stipendi dei precari stabilizzati, ha potuto dal gennaio del 2019 utilizzare le risorse dei finanziamenti esterni, faticosamente ottenute, per svolgere attività di ricerca. Se superassimo finalmente le inutili diatribe sulla stabilizzazione dovremmo tutti insieme pretendere, solo per cominciare, la restituzione di quei 400 milioni, proseguendo con la forte richiesta di allineamento alla media dell’UE del finanziamento in R&D.

    Come si può fare per evitare di riparlare di una sanatoria per il personale tra qualche anno?
    Certo non come ha proposto il Consiglio Scientifico Generale del CNR, suggerendo al CdA di spingere l’ente verso l’ultraprecarizzazione e la strumentalizzazione estrema dei rapporti di lavoro a termine, con l’ormai anacronistico Assegno di Ricerca come forma contrattuale praticamente unica per stipulare rapporti di lavoro finalizzati esclusivamente al raggiungimento degli obiettivi professionali dei loro datori di lavoro, e poi tanti saluti. Anche la risposta a questa domanda si scompone in tre aspetti distinti. In primo luogo lo Stato deve investire nel personale degli enti di ricerca con risorse sufficienti per soddisfare le aspettative di carriera e permettere l’ingresso in ruolo quasi continuo dei giovani sulla base di una programmazione certa. In secondo luogo bisogna operare una rivoluzione della mentalità attuale, rivendicando l’idea che gli EPR siano luoghi dove si prendono giovani laureati, dove eventualmente si possa finanziare il loro dottorato di ricerca, dove gli si possa fornire un triennio (e non più di un triennio!) di esperienza di ricerca equivalente, come recitano un po’ stancamente i nostri bandi per i concorsi per il III livello, ma con un dignitoso contratto di lavoro subordinato e durante i quali si eserciti la doverosa prerogativa della selezione da parte dei ricercatori di ruolo, e dove si possano inserire coloro che sono stati trasparentemente selezionati in base a meriti tecnico/scientifici quantificabili in una procedura contrattuale di tenure track. Purtroppo per chi ha vissuto quest’ultimo decennio del precariato più bastardo della storia del nostro Paese, la statura scientifica e la qualità morale di molti dei selezionatori non si sono dimostrate sufficienti per garantire una selezione equa del personale. Come tanti dei fili spezzati all’interno del CNR, anche questo rapporto di fiducia venuto a mancare a causa dei comportamenti sciagurati dei Commissari nei concorsi, deve essere ricostruito con il contributo attivo del prossimo Rappresentante del Personale nel CdA. Infine bisogna agganciare l’attuale attività parlamentare, che anche grazie alla mobilitazione per il superamento del precariato nell’università e negli enti di ricerca sta entrando in una fase di discussione di numerose proposte di legge da parte di molte forze politiche per una riforma dell’accesso al ruolo. Abbiamo in particolare colleghi del CNR che sono Membri del Parlamento, ma anche diverse orecchie attente alle problematiche della Ricerca Pubblica. Dobbiamo usare una ritrovata unità per partecipare a questo processo, per chiedere nuove norme per l’accesso al ruolo, e poi per chiedere finanziamenti per promuovere le progressioni di carriera e valorizzare il personale e per le infrastrutture, ed infine per chiedere una riforma della governance del CNR, con la sostituzione del CdA con un Consiglio Direttivo in cui ci sia una maggioranza di membri eletti dai R&T del CNR.

    Mario Ledda e Giuseppe Mattioli

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.