PNR consultazione pubblica

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  • Questo topic ha 16 risposte, 14 partecipanti ed è stato aggiornato l'ultima volta 1 mese, 1 settimana fa da Vito Mocella.
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    • #8721
      Diego Breviario
      Partecipante

      Nell’anno 2020, l’emergenza Covid19 consegna ai decisori politici la necessità e la responsabilità di intervenire in modo concreto e radicale affinché l’esercizio della Scienza sia ricondotto a caratteristiche di originalità, qualità, innovazione, reattività, agilità e affrancamento dal giogo di una asfissiante burocrazia. Senza queste condizioni non si potrà garantire al Paese un sistema di ricerca adeguato ad affrontare le minacce future di cui la SARSCOV2 è stato un paradigmatico avvertimento. Per questo, per assistere i decisori nelle loro scelte e indirizzi, temendo che lo strumento, pur encomiabile, del questionario offerto dal MIUR possa risultare dispersivo, abbiamo preparato il seguente documento da sottoporre all’attenzione, all’integrazione ed alla critica costruttiva da parte di tutto il personale CNR, così da privilegiare le idee e articolare meglio i contenuti di quello che sarà il contesto in cui dovremo operare nei prossimi sei anni. Nel documento abbiamo focalizzato 4 punti, ritenuti i più urgenti e significativi.

      Abbiamo accompagnato le proposte di integrazione del PNR con un testo che ne spiega le motivazioni e fornisce spunti su quanto potrebbe esser fatto al CNR e negli EPR per attuarlo.

      1. AUTOGOVERNO E TRASPARENZA

      PNR:
      Conferimento pieno dell’autonomia costituzionale al sistema degli Enti pubblici di Ricerca mirando al loro autogoverno sia per la direzione sia scientifica che per l’indirizzo amministrativo All’autogoverno deve conseguire la piena assunzione di responsabilità per la gestione della cosa pubblica con assoluta trasparenza di tutti gli atti interni.

      Articolazione dei mezzi

      Non è più rinviabile l’attuazione della carta Europea dei ricercatori in merito all’ autogoverno, in attesa di essere ancora pienamente recepita dal CNR con ben 18 anni di ritardo.

      • CdA: l’aumento del personale a oltre 8 mila Unità rende difficile garantire una rappresentanza reale nell’attuale CdA (4 nominati, di cui 1 è il Presidente + 1 eletto). Questo dato marginalizza il CNR Italiano ponendolo fuori dallo scenario Europeo, in cui gli Enti di Ricerca sono largamente autogovernati. Per rendere compatibili le norme del governo Monti per i CdA degli Enti pubblici, che limitano il numero dei componenti a 5, e le norme Europee sull’autogoverno della ricerca, è necessario introdurre una modifica di Statuto che porti la composizione del CdA a 3 componenti di nomina (di cui 1 è il presidente) e 2 eletti dal personale.
      • CSG: lo Statuto del CNR, la cui applicazione è rimasta disattesa, prevede 10 membri di cui 3 eletti. E’ una priorità rendere immediata la piena applicazione dello Statuto. E’ inoltre necessario che il CSG sia messo nelle condizioni di formulare pareri di reale orientamento; prevedere un calendario pubblico di site visiting reali, incontri anche telematici con il personale su questioni particolarmente controverse come fusioni / ristrutturazioni ed altre questioni strategiche (ad es. tenure track vs. reclutamento su singoli progetti a tempo determinato; sviluppo di nuove competenze presso gli Istituti vs. reclutamento nazionale).
      • CDS: è stata finalmente attuata la norma che prevede consigli di 5 membri di cui 2 interni. Anche a questo livello è necessario che i CSD siano messi in condizione di formulare pareri e svolgere azioni efficaci di orientamento.
        Trasparenza

      • Obbligatorietà della pubblicità di tutti gli atti, verbali e documenti istruttori.
      • Possibilità di accesso del personale a tali atti senza restrizioni e di conoscere le posizioni espresse dai propri rappresentanti.
      • Messa a disposizione di spazi istituzionali di confronto con i rappresentanti, senza lasciare ad ognuno l’arbitrio di decidere se e come intenda rapportarsi con la sua rappresentanza.
      • Decentralizzare alcune decisioni con gruppi di lavoro che abbiano efficacia (per es. è irragionevole aver istituito un osservatorio su intelligenza artificiale che non sa nulla di decisioni, e contemporaneamente attivare circa 197 progetti di dottorato, di cui nessuno ha contezza).

      2. PERSONALE

      PNR:
      Gli EPR, riformati per dare pieno compimento all’autogoverno, adottano procedure di reclutamento annuali conformi alle migliori pratiche internazionali (cf. Towards A European Framework For Research Careers). Verranno adottati i necessari provvedimenti per provvedere alla semplificazione delle regole di reclutamento e di carriera del personale di ricerca in modo da favorire l’attrattività esterna del sistema ricerca italiano e compensare la mobilità esterna dei ricercatori italiani, al momento prevalentemente in uscita. Analogamente il livello salariale sarà progressivamente adeguato agli standard europei, anche per garantire l’attrattività (cf. https://cdn1.euraxess.org/sites/default/files/policy_library/final_report.pdf )

      Articolazione dei mezzi e questioni aperte

      1. Regolarità di concorsi di reclutamento e di progressione su base annuale, con regole il più possibile leggere e uniformi, che lascino la massima autonomia agli EPR rispetto agli indirizzi di governo
      2. Revisione dei meccanismi di composizione delle commissioni: a) nelle commissioni miste, maggiore peso alla componente interna e garanzia dei meccanismi di reciprocità Uni/Enti; b) sorteggio dei membri interni da un albo pubblico di esperti con CV e qualifiche consultabili. In ogni caso cessare la prassi delle nomine da parte dei soli presidenti di ente o direttori di dipartimento
      3. Per il CNR: aprire una discussione capillare sull’indirizzo concorsi nazionali vs. possibilità per gli Istituti di progettare il proprio futuro bandendo un certo n posizioni in un campo o tematica da loro identificati (direttore + CdI+ assemblea del personale), come motivata prospettiva di sviluppo scientifico dell’Istituto. L’ultimo concorso Madia ha reso gli Istituti dei contenitori passivi rispetto alle scelte fatte da persone con motivazioni diverse e spesso poco consapevoli. Nell’ultima serie di assunzioni per scorrimento di graduatorie l’ufficio del personale preparava addirittura i contratti di presa di servizio senza che l’idoneo si fosse neppure presentato al direttore di Istituto. Tali assurdità devono essere rimosse.
      4. Legare i reclutamenti alla possibilità di accedere a fondi riservati ai giovani come starting grants, basati sulla presentazione di programmi originali che descrivano anche condizioni realistiche di svolgimento, a prescindere dai gruppi senior dello stesso Istituto.
      5. Avviare un confronto interno al CNR, e con CSG, su questioni che richiedono allineamento alle prassi Europee:
        a) vigente la legge Madia, l’istituto del TD assume una particolare valenza pre-assunzione. Occorre allora evitare arbitrii, da parte dei titolari di finanziamenti, nell’assegnare posizioni TD su progetti specifici che prefigurano poi l’assunzione a TI. Occorre pensare a modalità di tenure track, definendo percorsi chiari e scientificamente valutabili. b) Carriera. Anche questa deve avere tappe certe e bandi regolari. L’assenza di possibilità di progressione per anni ha creato accumuli nei livelli 3 e 2 e conseguenti paradossi con cui le progressioni sono state determinate esclusivamente dal budget. Alcuni criteri dovrebbero essere certi, per es. il raggiungimento di un livello di autonomia chiaro dal livello 2 a 1. Occorre tuttavia porsi anche il problema di un CNR che non sia una scatola chiusa, ma preveda la possibilità di aprire alcune posizioni all’esterno; ossia prevedere un equilibrio tra art. 15 a sufficienza, su base regolare, fino ad abolire gradualmente il fenomeno della “anomala permanenza”, ma anche consentire anche la possibilità di attrarre personale di valore, per esempio ERC. Il CNR non può precludersi il reclutamento anche ai livelli apicali.

      3.SCIENZA E RAPPORTO CON MONDO PRODUTTIVO E IMPRESE

      PNR:
      Gli Enti di Ricerca, in un’ottica di pieno autogoverno, avranno fra i propri obiettivi quello di essere motore – con le Università, di uno sviluppo produttivo del paese basato su ricerca e innovazione. L’integrazione del sistema Ricerca col sistema produttivo, da valorizzare nelle sue diverse specificità anche a livello territoriale, garantirà non solo la valutazione della realizzazione dei progetti di innovazione ma anche la ricaduta sul sistema produttivo – in fieri ed ex post. Il personale di ricerca di Enti e Università sarà attivamente coinvolto in tali valutazioni, con particolare assunzione di responsabilità per il positivo esito dei progetti, a fronte di una valorizzazione in termini di prospettive di carriera. Ciò dovrà accadere anche nel contesto di piattaforme Europee (ESFRI) e HUB regionali, reti di laboratori e aziende, dove il CNR si trovi ad esercitare un ruolo di rilievo e non subordinato né strumentale.

      Stato attuale e modalità di realizzazione

      Finora il problema di una efficace interazione tra Scienza e mondo produttivo è stato affrontato con due modalità principali:
      – modalità basata sulla divulgazione e autopromozione delle potenzialità di un nuovo trovato da parte del ricercatore. La modalità è tipicamente quella di convincere le imprese che la propria ricerca, scoperta, metodologia etc. è importante e di prospettiva. Questo è affidato a vetrine, showcases, incontri di vario tipo dalle grandi fiere alle iniziative one-to-one, che a volte seguono il deposito di brevetti, assistito dall’ufficio di valorizzazione della ricerca. Si tratta di un bagaglio di tentativi ed esperienze di cui sarebbe utile fare un bilancio (quanto ricavato in termini di contratti e finanziamenti, e di royalties per l’uso di brevetti e marchi, rispetto a quanto investito in queste iniziative).
      – modalità “a commesse”: il privato richiede una tecnica o prodotto che il ricercatore può fornire o sviluppare. Anche qui vanno gestite e favorite le sinergie reali e non quelle fittizie che spesso accompagnano la costituzione di consorzi, attraverso i quali i fondi pubblici finiscono con il sostenere bisogni privati piuttosto che il raggiungimento delle finalità innovative dell’Ente.
      Le due modalità dell’autopromozione e della commessa devono essere decisamente riviste per aumentare la loro traduzione in sinergie reali. A questo concorre la scarsa conoscenza reciproca di tutti gli attori. Nonostante la chiara definizione dei Technology Readiness Levels, molti scienziati non conoscono bene il mondo produttivo e non riescono sempre a valorizzare nella giusta direzione le applicazioni delle ricerche, quando non la esagerano senza controllo; molti imprenditori non colgono bene le implicazioni delle ricerche ed i passaggi necessari alla loro attuazione e perseguono lo sviluppo immediato di prodotti pronti per il mercato. Il personale di gestione non è sempre in grado di mediare, prigioniero a sua volta di una limitata conoscenza e agibilità e, soprattutto, da un contesto amministrativo che nella sua macchinosità risulta incomprensibile quando non accettabile alle aziende, anche le più volenterose.

      Per rendere l’approccio di autopromozione maggiormente produttivo per il CNR:
      a. occorre ripensare con mentalità nuova alle strutture dedicate alla valorizzazione dei risultati della ricerca e allo sfruttamento dei brevetti. Non un ufficio ma un piccolo dipartimento, che dovrà essere agile, dotato di sufficienti possibilità di iniziative e di forti competenze, sul modello degli uffici per la tutela di IP negli enti omologhi. Dovrà riuscire ad avere un reach internazionale e una buona articolazione sul territorio nazionale almeno per macroRegioni così da offrire alle aziende punti di riferimento più raggiungibili e più esperti delle realtà locali. Per favorire il trasferimento delle competenze tra ricerca / gestione / produzione, potrebbero essere individuati alcuni ricercatori CNR con esperienze particolarmente sviluppate nel settore del rapporto con le industrie e dell’innovazione che potrebbero, almeno nella fase iniziale, contribuire all’avvio della nuova struttura.
      b. occorre investire sulla formazione del personale dedicato a questo settore, favorendo l’acquisizione di competenze in materia di sfruttamento dei brevetti e di buona conoscenza delle realtà produttive, anche con stage in enti/strutture stranieri dove la tradizione è più radicata e le norme di gestione più flessibili (per es alcuni Max-Planck, Francis Crick a Londra, rete dei Fraunhofer, ma anche alcuni Politecnici Italiani). Il MIUR dovrà prevedere fondi dedicati alla formazione avanzata del personale, riconoscendone l’esistenza anche nelle altre nazioni Europee e la necessità al fine di una maggior riuscita dei team italiani nei consorzi e nei progetti Europei.

      Per rendere più efficace l’approccio di tipo 2 per il CNR:
      1. Attivare contratti (smart contracts) e procedure agili, semplici e veloci. Le aziende hanno tempi molto ristretti di performance, incompatibili con quelli della normale amministrazione pubblica.

      1. Laddove si prefiguri la soluzione del consorzio che utilizza fondi pubblici, bisogna imporre obblighi di trasparenza sui finanziamenti favorendo, durante le fasi di valutazione e selezione, la costituzione di gruppi di lavoro interministeriali MIUR/MISE ad hoc, dedicati all’identificazione di progetti e settori di sviluppo per il paese e per i territori. Al momento l’unico rapporto organico tra CNR e MISE è che il CNR fornisce la consulenza scientifica alle banche che finanziano progetti industriali proposti da privati al MISE. L’attività di valutazione del CNR può restare ma va costruito un rapporto di integrazione reale delle competenze su progetti anche proposti dai territori, con stanziamento di fondi dedicati per ognuna delle componenti coinvolte.

      4. SCIENZA, FINANZIAMENTI, AMMINISTRAZIONE E GESTIONE

      PNR:
      A fronte di un reale autogoverno gli Enti pubblici di Ricerca potranno progressivamente ridurre il gigantismo amministrativo, anche attraverso l’adozione di nuovi e più agili strumenti di gestione e notarizzazione (blockchain) e una più accorta e funzionale distribuzione del personale con il fine di rendere più quotidiana, mutualmente comprensibile e operativa l’interazione con il personale dedito all’attività di ricerca. La semplificazione delle procedure burocratiche nel sistema ricerca andrà di pari passo con l’assunzione di quelle responsabilità che il personale dovrà inevitabilmente assumersi dalla piena attuazione dell’autogoverno del sistema ricerca.

      Tappe per la realizzazione

      1. Occorre, come primo passo fondamentale, insistere sull’aumento del FOE che consenta agli Enti di finanziare anche le ricerche di avanzamento delle conoscenze, che rappresentano la vera risorsa cui attingere in situazioni di crisi innescate da organismi e condizioni impreviste, come è stato COVID19 e come saranno presumibilmente le resistenze agli antibiotici, le conseguenze del riscaldamento globale o quelle di scomparsa di specie animali e vegetali ed altro. Per il CNR l’aumento del FOE dovrebbe almeno tener conto dell’incremento del personale negli stadi inziali della ricerca.
      2. Occorre chiarezza estrema nel comprendere, in materia di fondi alla ricerca, che le ricerche CNR sono ormai supportate solo da fondi esterni, erogati da finanziatori ognuno dei quali può richiedere diversi criteri di gestione e rendicontazione. Occorre quindi distinguere quanto delle norme attualmente imposte nel CNR per la gestione dei fondi sia legato a leggi dello Stato sulla spesa pubblica, e in quanto tale ineludibile, e quanto rappresenti invece interpretazioni astruse, penalizzanti e a volte nemmeno uniformi, concepite dalla dirigenza amministrativa. Dato che ad oggi il CNR lavora con il RACF del 2005, è evidente che le complicazioni e vincoli successivamente diventati prassi si sono aggiunti in una mostruosa escalation con numerose superfetazioni costruite dalle varie dirigenze amministrative che si sono succedute. E’ imperativo alleggerire gran parte della normativa su vincoli e obblighi, fatti salvi i vincoli di spesa imposti dalla spending review.
      3. Occorre che il MIUR disponga l’allineamento del CNR agli standard degli Enti Europei omologhi con cui collaboriamo e, in Italia, almeno a quello delle Università. Anche alcuni EPR, sebbene più piccoli, hanno norme più elastiche e minori coercizioni del CNR. Dal confronto con questi enti, deve essere possibile scremare gli appesantimenti inutili da quelle che sono le norme vincolanti dello Stato.

      All’interno del CNR, vanno poi riviste alcune prassi:

      1. Occorre cambiare il rapporto tra amministrazione centrale e amministrazioni locali. Attualmente l’amm.ne centrale ha un ruolo di verifica e controllo ma non di gestione; alla luce della estrema complicazione delle norme, questo carica le amministrazioni degli Istituti, spesso piccole e fragili, di pesi non necessari. Al contempo, occorre introdurre elementi di decentramento di funzioni e compiti che è possibile completare in autonomia presso i singoli istituti, senza dover sottoporre ogni provvedimento a vidimazioni centrali (ad esempio, all’approvazione di ogni singola variazione da parte del CdA), spesso solo formali poiché non sé possibile entrare nel merito.
      2. Occorre riconoscere un ruolo al tavolo tecnico istituito nel 2019 in materia di gestione ammnistrativa con la partecipazione di alcuni direttori di Istituto competenti in materia per discutere e rielaborare con l’amministrazione centrale CNR nuove e più efficaci modalità di amministrazione, più consone alle esigenze della ricerca. Questo tavolo dovrebbe discutere anche con i funzionari del MIUR, v. ad esempio adeguamento del nuovo RACF a nuovi e più corretti criteri.
      3. Occorre ripensare il ruolo del personale amministrativo centrale del CNR, i criteri di assegnazione degli obiettivi e delle premialità; per rafforzare il dialogo amministrazione-ricerca si propone di inserire nella loro valutazione anche uno spazio per la valutazione da parte dei direttori di Istituto e responsabili di progetto; questo favorirebbe la reciproca collaborazione alla gestione e quindi allo sviluppo delle ricerche.

      F.to : Patrizia Lavia (CNR, Roma), Diego Breviario (CNR, Milano), Vito Mocella (CNR, Napoli)

      Questo documento è già stato inviato all’attenzione dei colleghi eletti rappresentanti in seno ai diversi Consigli Scientifici di Dipartimento.

      27 Agosto 2020

    • #8738
      gianluca.accorsi@cnr.it
      Partecipante

      Seppur con soli 20 anni di esperienza al CNR ricordo quando esistevano i Fondi Ordinari e ogni R&T (TI e TD) riceveva una budget annuale dall’amministrazione centrale (una ventina di milioni delle vecchie lire, poi sempre a decrescere nel tempo) con cui manteneva il proprio laboratorio nelle spese ordinarie, andava e meeting e congressi e, in caso di necessità, univa il suo budget con quelli di altri colleghi per acquistare strumentazione “comune”. Le eventuali somme avanzate (spesso risparmiate per fare acquisti consistenti) potevano essere usate negli anni successivi.
      Questo “ramo” di finanziamento assicurava una maggiore equità e collaborazione all’interno dell’Istituto/ENTE che certamente giovava al lavoro e alla salute dei ricercatori e tecnologi. Come ben sappiamo oggi vige solo la legge della concorrenza spietata e i frutti sono sotto gli occhi di tutti gli addetti ai lavori (e non, vedi figuraccia nel periodo COVID).
      Chiedo quindi che venga proposto, come metodo di finanziamento ORDINARIO, di destinare una fetta del Budget annuale dell’ENTE (non briciole) al finanziamento pro-capite di R&T che possano usarlo SENZA assurde previsioni di spesa (da sfera di cristallo).
      Chiedo inoltre che ogni Istituto venga dotato di uno strumento elettronico per gli acquisti (tipo carta di credito) per le piccole spese (con una soglia da stabilire es. 1.000 Euro) e che ogni ricercatore possa, sotto la propria responsabilità penale usarlo per consentire un notevolissimo risparmio negli acquisti di prodotti che, come ormai è evidente anche ad un adolescente, si trovano a prezzi molto più convenienti su internet (a parità di brand o di qualità).

    • #8739
      Stefano Polesello
      Partecipante

      Grazie per il vostro contributo. Sono d’accordo.
      La lotta alla burocrazia (di cui la mancanza di autogoverno è una delle cause) in questo momento deve essere il tema primario. ci stanno strozzando. avremo comunque il nostro stipendio, ma non faremo piu’ nulla.
      A Gianluca: sono al CNR da 24 anni, ma a me i soldi dell’ordinario non sono mai arrivati. Si sono sempre fermati prima. Sto in una sede laterale, alla periferia dell’impero. a parte questo concordo con gianluca su tutto, specie sulla feroce e inevitabile concorrenza interna per dividersi le risorse esterne privandoci della massa critica per fare meglio. E vorrei sottolineare l’assoluta mancanza di finanziamenti per comprare nuova strumentazione di significativa rilevanza e costo, specie oggi che non si possono mettere via residui, vincolati da una serie di norme(??) senza costrutto usicte da menti perverse e che non hanno idea non solo della ricerca, ma anche della vita corrente (vedi il caso dell’impossibilità di acquistare in rete anche piccoli prodotti). Senza aggiornare strumentazione non si è piu’ competitivi, si fa ricerca di seconda fila, ci si ferma

    • #8740
      jose.lorenzana@cnr.it
      Partecipante

      Concordo pienamente con le proposte di modifica. La priorità deve essere l’autogoverno come succede al INFN o al CNRS. Grazie per il vostro impegno. José Lorenzana

    • #8741
      giolu
      Partecipante

      Come sempre grazie per il vostro impegno e concordo con quanto scritto

    • #8742
      sergio.ragonese@cnr.it
      Partecipante

      Fuggire è vergogna, ma è salvamento di vita!

      Cari colleghi,
      la premessa doverosa a questo messaggio è che sono in linea di massima in accordo con le varie proposte di integrazione del PNR formulate da Patrizia Lavia, Diego Breviario e Vito Mocella.
      Passando al presente messaggio, vi confesso che ero partito con le migliori intenzioni riguardo la proposta del MUR per il PNR Italiano 2021 – 2027, leggasi leggere con attenzione le 48 + 120 pagine dei due documenti e compilare il questionario.
      Sinceramente ci ho provato dando una prima letta a volo di gabbiano per poi, la notte porta consiglio, ripiegare su quella che gli strateghi militari chiamerebbero una ritirata in buon ordine o strategica, ma che in realtà assomiglia più alla rotta di Caporetto.
      Innanzitutto, mi sono reso conto dei pochi giorni a mia disposizione per inviare il questionario (11 settembre) da quando ho ricevuto il materiale (fine Agosto). In seconda battuta, il volo di gabbiano mi ha fatto percepire che se anche avessi tentato il tour de force per esaminare i testi e compilare il questionario con la dovuta attenzione il mio contributo sarebbe stato di assoluta inutilità.
      Quali sono stati in breve i campanelli di allarme?
      Ovviamente in sintesi estrema, ve li elenco con a margine la motivazione ed i possibili suggerimenti.
      1) I documenti sono il frutto di opinioni espresse da “esperti” nominati dal MUR; né si trovano i nomi né si dice come siano stati selezionati. Forse mi è sfuggita la richiesta (call) nella quale il MUR invitava gli stakeholder a proporsi come esperti per l’elaborazione dei documenti ed i criteri con i quali il MUR ne avrebbe selezionato una “rosa”.
      2) Nonostante i documenti si riferiscano all’Italia e sono indirizzati principalmente a tutti gli italiani, il linguaggio è spesso un mix di voci in inglese e gergali (che ci possono anche stare) ma senza il corrispettivo in Italiano (magari tradotto in termini potabili anche per i non specialisti; vedi la rilevanza data al coinvolgimento dei “cittadini”, ovvero citizen science). Magari, inserire un glossario (comprensivo di acrostici / acronimi) sarebbe stato utile; per esempio, nel testo completo (ma non nel preliminare) si trova TRL, un codice sia numerico (e.g. TRL< 4 o TRL > 4, sembra sino al massimo di 9) sia qualitativo (TRL basso-medio o TRL medio-alto, quindi 3 livelli) di cui non ho trovato una definizione (forse Target Reference Level?).
      3) Un esempio di problematica terminologica di cui al punto 2 è dato dall’uso ossessivo e martellante di “sostenibile”, termine che insieme a “sostenibilità” è al momento un mantra utilizzato a piè sospinto da molti colleghi e politici. In molti casi, c’è chi sente addirittura il bisogno di aggiungere il carico da 11; per esempio, non solo sostenibile ma anche eco-sostenibile, eco-compatibile, sostenibile e responsabile, e sostenibili e maggiormente sostenibili, quindi ci sono interventi meno o più sostenibili). Addirittura, nell’ambito tematico 2.1 (Patrimonio culturale) si parla di ben quattro pilastri della sostenibilità (di cui uno è dato dalla “cultura”, ma senza specificare gli altri che però da pag. 38 sembrano essere ambiente, economia e società / comunità). Per quanto abbia cercato, non sono riuscito a trovare da nessuna parte uno straccio di definizione fatti salvi pochi riferimenti generici all’ONU (Gli interventi di efficienza energetica, inclusi negli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU …).
      4) Invece di ripetere come in un disco rotto i termini collegati alla sostenibilità, sarebbe bastato esprimere nell’introduzione (pag. 7) che tutta la ricerca italiana dei prossimi anni sarà improntata al principio di “sostenibilità”. Avrei suggerito almeno di specificare che, nella sua accezione più condivisa, il termine significa che gli stili di vita e lo sfruttamento delle risorse del pianeta da parte dell’attuale generazione umana non debbono compromettere gli stessi standard per le generazioni future. Si tratta di un bellissimo principio che però farebbe presupporre che le future generazioni si mantengano, più o meno, nella stessa consistenza numerica (ed esigenze di risorse pro capite) di quella attuale. Infatti, diversi autori hanno evidenziato che specialmente auspicando che sempre più persone possano usufruire di un tenore di vita più dignitoso (si pensi alla carenza di acqua potabile o di energia elttrica), se non si disinnesca la bomba demografica la sostenibilità, come prima definita, diventa un concetto velleitario ed utopico.
      5) Come affronta il PNR del MUR il problema del controllo della natalità in funzione del rischio della bomba demografica? Certamente l’allarme traspare in alcuni punti come nell’incipit dell’ambito 6.4 (“ … l’esigenza di aumentare il cibo prodotto nei prossimi decenni (almeno del 50% a livello globale per soddisfare i fabbisogni nutritivi della popolazione.), ma poi sembra tornare al tema propagandistico di molti politici italiani attuali: b) politiche per il contrasto alla denatalità e gestione degli impatti dei fenomeni di invecchiamento e di denatalità sul mercato del lavoro. Tradotto implicitamente, gli italiani debbono fare più figli anche perché non vogliamo essere invasi dai migranti.
      6) Quanto espresso ai punti 4 e 5 potrebbe essere interpretato come eccessivamente pessimistico e quindi teniamo dritta la barra verso la sostenibilità. Il problema è che almeno gli esperti che hanno stilato l’ambito tematico 6.5 (quello più di mia competenza) sembra non abbiano letto (o non condividano) quanto espresso dai loro colleghi degli altri ambiti. Infatti, a pagina 113, si legge “Il concetto di “uso sostenibile delle risorse” appare ormai obsoleto e non sufficiente a garantire il corretto funzionamento di ecosistemi essenziali anche al benessere umano”.
      7) Insomma, questi primi assaggi potrebbero già giustificare la mia via di fuga, ma ne debbo elencare almeno altri 3 sui quali i documenti del PNR del MUR appaiono almeno reticenti o non pienamente convincenti.
      8) Il primo riguarda le “entità fisiche territoriali” dove agiscono i ricercatori con il supporto di tecnologi e tecnici. Su questo argomento, il Documento completo riporta: “Le ricerche relative all’ambito tematico vedono come principali attori enti vigilati dal MUR (atenei e Consiglio Nazionale delle Ricerche), istituti e enti vigilati dal MiBACT, gli enti locali e, in misura minore, attori privati.” – “Il Sistema della Ricerca Italiana, in tutte le sue articolazioni (Università, Enti di Ricerca, Istituti e Consorzi” – “Va in generale perseguito un maggiore coordinamento tra i tanti attori coinvolti come condizione imprescindibile per l’efficacia delle future iniziative di ricerca sul territorio nazionale.” Non sono riuscito a trovare un cenno su quanti siano i tanti attori e nemmeno l’idea di ristrutturare la rete scientifica Italiana (almeno quella non universitaria) in qualche decina di Istituti nazionali tematici al posto dei più di 120 – 130 entità (di cui un centinaio solo nel CNR le cui attività sono governate da un Consiglio di Amministrazione composto da poche persone).
      9) Il secondo riguarda il finanziamento della ricerca. Sempre il Documento completo riporta: “fondi utilizzati nella ricerca derivano principalmente dalle istituzioni pubbliche, essendo nel Paese ancora limitato rispetto a quanto accade in molti contesti esteri l’investimento privato”. Come già evidenziato dal collega Gianluca Accorsi in questo sito, il PNR dovrebbe ipotizzare dei sistemi di finanziamento snelli, chiari e trasparenti per progetti di ricerca di base (il CNR utilizzava driven curiosity) indirizzati a ricercatori che vorrebbero evitare di entrare nel tritacarne dei faraonici progetti sia nazionali ed internazionali che assorbono ingenti energie, sono difficili da gestire e rendicontare e non sempre vanno a buon fine se non si fa parte di corporazioni consolidate (vere e proprie lobby). Il problema è riconosciuto dallo stesso PNR: “Negli ultimi anni va registrato un incremento nel numero di progetti presentati nel quadro dei programmi di finanziamento europei, cui non è però corrisposto un aumento dei progetti finanziati.”
      10) Il terzo riguarda l’accessibilità e la trasparenza di tutti gli atti che riguardano la ricerca italiana. A questi due temi, andrebbero aggiunte anche la divulgazione scientifica e “il coinvolgimento proattivo dei cittadini in pratiche conoscitive ed esperienziali”, due ingredienti base della cd Scienza aperta (Open Science) e Scienza dei cittadini (Citizen science). Nei documenti si parla di proposte volte a promuovere la Scienza Aperta per un progresso della conoscenza più rapido e … sviluppo di processi trasparenti per potenziare l’attività di ricerca, la verificabilità e integrità dei risultati, e la corretta comunicazione scientifica per una società più consapevole e partecipe … Parallelamente, andrà sistematicamente promossa la pubblicazione open dei dati, finalizzata all’aumento della loro condivisione nella comunità scientifica, riducendone al contempo la ridondanza, e alla trasparenza dei risultati della ricerca … ed altri lodevoli auspici. Tuttavia, avrei suggerito di citare esplicitamente che nel prossimo PNR saranno rimosse le clausole di riservatezza che spesso si incontrano nella ricerca bibliografica. Limitandoci ai temi di accessibilità e trasparenza, basterà ricordare che, almeno nel mio campo, la maggior parte dei dati raccolti e dei rapporti realizzati in ambito di progetti finanziati con soldi pubblici (tipo MEDITS, Campbiol etc.) sono secretati e nei migliori dei casi occorre chiederli al MIPAFF insieme all’autorizzazione per l’uso degli stessi.

      A questo punto, credo di aver abusato abbastanza dei simpatici lettori che hanno avuto la perseveranza di arrivare a questo punto ed approfitto dell’occasione per inviare a tutti i più cordiali saluti da Mazara.
      Sergio Ragonese
      IRBIM CNR sede di Mazara del Vallo

    • #8743
      Antonio Cardone
      Partecipante

      Concordo con l’iniziativa ed in linea di massima con le proposte fatte. Tuttavia, il vero punto è stato individuato dall’amico collega Gianluca Accorsi: qualunque iniziativa si voglia praticare nel CNR, o si ritorna a mettere al centro il Ricercatore con la propria autonomia di ricerca ed anche di spesa o sarà tutto vano. Occorre un fondo ordinario minimo che garantisca ogni Ricercatore nello svolgimento della propria attività di ricerca fuori da ogni ricatto. I progetti di ricerca come momento successivo, implementativo delle risorse economiche e scientifiche su grossi progetti di interesse internazionale. Senza libertà economica non vi è libertà di ricerca. Questo è propedeutico a qualunque riforma seria del CNR. Il resto, scusate la franchezza, senza questo è pura forma e può andare in una sola direzione: un riassestamento del sistema per controllare carriere ed attività dei ricercatori, che attualmente sono ricercatori di soldi per poter fare ricerca. Se si vuole un CNR privato, in cui uno si procaccia i soldi per lavorare, allora lo si faccia in modo chiaro e senza sotterfugi. Chi vuol fare impresa della ricerca faccia l’imprenditore. A me interessa la Ricerca per la Conoscenza. Se voglio fare l’imprenditore e procacciarmi i soldi per la ricerca, allora stabilisco anche il mio salario, che non lascio nelle mani di altri. Ma questa non è Ricerca. E’ altro.

    • #8744
      Alessandra C
      Partecipante

      Concordo in linea di massima sulle proposte. Grazie di tutto.

    • #8745
      gt
      Partecipante

      concordo con il testo redattato e ringrazio i colleghi per il lavoro fatto. Speriamo che il Ministro raccolga almeno alcune delle proposte!

    • #8746
      Diego Breviario
      Partecipante

      L’immagine qui sopra vuole rappresentare le diversità intrinseche all’esercizio della Scienza in piccoli o grandi gruppi.

      La richiesta originalmente mossa da Gianluca e poi ripresa da molti altri apre un contesto che da solo meriterebbe tutta la nostra attenzione ed un convegno di discussione. Altro che scrivanie digitali! Si tratta infatti di individuare sistemi che possano nutrire la Scienza, rivitalizzarla costantemente, spingerla oltre il consolidato, laddove il pensiero non riesce ad arrivare, come ci ha insegnato Covid19 con le sue mutazioni, non solo impreviste ma pure ignorate dai nostri modelli. Abbiamo bisogno anche di persone che si dedichino a scovare le novità, a attivare approcci meno ovvi, ad essere più indipendenti dalle pressioni del potere politico, istituzionale ed economico. Si tratta pure di ignorare le pressioni interne quelle che ci sospingono a pubblicare esageratamente

      An academic career in which a person is forced to produce scientific writings in great amounts, creates a danger of intellectual superficiality
      — Einstein

      a sostenere o giustificare progetti e cordate a noi estranei, per accrescere i nostri cv ed i nostri indici bibliometrici pur sapendo quanto questi siano il risultato di speculazioni e disarmonie varie (DORA, Improving how research is assessed). I piccolo gruppi sono importanti promotori di novità, di scienza di rottura (Wu et al., Nature, vol 566, 21 February 2019). Personalmente devo tutto ai piccoli finanziamenti ordinari perché mi hanno regalato l’indipendenza, necessaria a superare le tante esclusioni intramurali che ho sperimentato. Capisco quindi la richiesta e certamente la appoggio. Il nostro documento l’aveva pure considerata laddove chiedeva finanziamenti di esordio per far decollare le carriere dei giovani colleghi, liberandoli dalla dipendenza prolungata e interessata dei loro Tutors, come per altro previsto nella Carta Europea dei ricercatori. Casomai il problema è quello di garantire che le politiche di assunzione individuino giovani che hanno queste potenzialità progettuali e queste ambizioni. Lo schema che propongo qui sopra è volutamente antitetico, serve per accentuare le differenze, ma poi sappiamo che la Scienza non è tutta uguale, che diversi sono i suoi campi di indagine e la relativa importanza e necessità di dar vita a consorzi più o meno grandi, come pure diverse e diversamente esigenti le metodologie, ad esempio se in wet o in silico : una cosa è lavorare al PC su dati e modelli, altra è inseguire la dimostrazione sperimentale della importanza di un dominio, di una sequenza. Si tratta di argomenti complessi la cui discussione ci nobilita. Dovremmo avere il coraggio e il piacere tutto intellettuale di indire un grande Convegno nazionale su questi temi. Penso a: scienza e metodo, scienza e futuro, scienza e potere, scienza e informazione, scienza e filosofia etc…
      Saluti. Diego

    • #8753
      gianluca.picariello@cnr.it
      Partecipante

      Gentili colleghi, innanzitutto desidero ringraziarvi per l’impegno profuso nell’interesse comune.
      C’è un punto che non emerge esplicitamente dalle vostre proposte, che personalmente ritengo prioritario e di interesse pratico generale, soprattutto per l’elevata percentuale di personale che nel CNR svolge ricerca sperimentale. E’ il tema critico dell’aggiornamento, della gestione e manutenzione delle apparecchiature scientifiche nei singoli istituti. Mi riferisco alla strumentazione di uso comune e ad attrezzature medio/grandi per specifiche attività di ricerca, che è cosa diversa dalla gestione delle grandi infrastrutture nazionali o europee cui invece si accenna negli elementi preliminari del PNR, allegato A. Per intenderci, provo a fare qualche esempio relativo ai campi di ricerca che mi sono più familiari: centrifughe, congelatori, liofilizzatori, deionizzatori, rifrattometri, omogeneizzatori, bilance di precisione, arredi tecnici, autoclavi, incubatori, pHmetri, stufe (strumentazione di uso comune), oppure cromatografi, apparecchi per elettroforesi, dispositivi per acquisizione di immagine, server e software per conservazione ed elaborazione di dati, spettrofotometri, microscopi, citofluorimetri, polarimetri, diffrattometri, spettometri di massa, NMR (attrezzature scientifiche medio-grandi).
      In molti settori della ricerca è oggi impensabile produrre significativi avanzamenti in assenza di strumentazione scientifica moderna, di impiego routinario e quotidiano. Almeno in ambito CNR, credo che in oltre 20 anni non siano mai state dedicate risorse finanziarie a questa problematica. I già esigui fondi destinati dai progetti all’acquisizione di strumentazioni aggiornate e alla manutenzione di quelle esistenti si sono ulteriormente ridotti negli anni. Pertanto, la possibilità di disporre di attrezzature indispensabili per condurre sia attività generiche che ricerche più specifiche è stata relegata alle iniziative di singoli o di ristretti gruppi di ricerca, piuttosto che agli istituti o cluster di istituti con esigenze comuni. Nel complesso, la mancanza di politiche di gestione comporta un aggravio dei costi e riduce l’efficienza di utilizzo delle infrastrutture e delle apparecchiature acquisite. Capita, ad esempio, che strumenti anche molto costosi restino a lungo fermi e quindi soggetti ad obsolescenza, per l’impossibilità di sostenerne le spese di manutenzione.
      Sono certo che nella maggior parte degli istituti lo stanziamento di poche migliaia di euro permetterebbe di dare nuova vita a decine di apparecchi al momento fermi, che sarebbero invece funzionali alle attività di ciascuno. Per l’acquisizione di nuove attrezzature scientifiche più costose si potrebbero utilizzare metodi quali noleggio a termine o il leasing, spesso molto vantaggiosi rispetto all’acquisto, anche per poter adeguare la strumentazione a tecnologie in rapidissima evoluzione. Eppure, tali procedimenti sono il più delle volte burocraticamente impraticabili.
      Per molti ricercatori l’indisponibilità di strumenti adeguati è un grosso limite e pone più ampie questioni che attengono alle differenti opportunità dei gruppi di ricerca di uno stesso ente o perfino di uno stesso istituto, alla “libertà della ricerca” (la ricerca risulta fortemente condizionata dalle tecnologie che si hanno a disposizione), alla qualità e competitività della ricerca stessa, al proficuo impiego ed all’autonomia delle risorse umane. Almeno per le piccole attrezzature di uso comune, questa tematica si potrebbe ricollegare in parte a quella del ripristino di un Fondo Ordinario. Per quelli di uso più esclusivo, invece, credo ci vogliano degli interventi mirati.
      La mia proposta è di introdurre ad integrazione dei vostri uno specifico punto dedicato alle politiche di gestione delle apparecchiature degli istituti e all’ammodernamento delle facilities dell’ente, o comunque esplicitare la problematica all’interno dei punti da voi proposti.
      Gianluca Picariello
      ISA CNR, Avellino

    • #8754
      Patrizia Lavia
      Moderatore

      Cari colleghi, grazie intanto per le molte osservazioni ricevute in questo forum e in mail privati. Una prima indicazione è che evidentemente abbiamo espresso in maniera insufficiente il punto sulla richiesta di aumento del FOE da destinare alla ricerca. Dobbiamo articolarlo meglio. Deve essere chiaro che il FOE che manca deve essere destinato alla ricerca, per la stessa ragion d’essere degli Istituti. Inoltre, il reclutamento senza precedenti fatto al CNR non avrebbe nessun senso e nessun respiro se ai nuovi ricercatori non fossero offerti mezzi per iniziare una loro attività, aprire collaborazioni, andare a presentare il loro lavoro ad un congresso, pagare una pubblicazione in maniera indipendente dal mentore.

      A mio avviso la richiesta di aumento del FOE deve essere incardinata anche nella richiesta di rivedere l’impianto della Gelmini, che distrae il 7% dell’ordinario per assegnarlo secondo criteri di sedicente (finta) premialità. In tutto il mondo i fondi premiali sono fondi aggiuntivi. La legge Gelmini invece prescrive una gestione caricaturale, che ignora e strozza le necessità di base degli Enti e degli Istituti e che gestisce l’accantonamento “premiale” in maniera rigorosamente top down, allontanando ancora l’Italia dal resto del mondo sviluppato. Mi dispiace dire che dopo Gelmini nessun altro governo / ministro ci ha rimesso le mani, ma è così che è andata e questo è il momento di farlo presente.

      Vorrei anche riprendere un breve articolo pubblicato da Marco Cattaneo, direttore di Le Scienze, il quale pubblica un amaro e lucido commento sui risultati degli ERC starting grants pubblicati oggi. Riprendo da lui le seguenti cifre:
      – 53 ricercatori Italiani hanno vinto ERC starting grants. Sono i secondi in Europa dopo i tedeschi.
      – In Italia verranno usufruiti 20 ERC starting grants, ponendo L’Italia al decimo posto per grant ricevuti (dopo Germania, UK con tutta la brexit, Paesi Bassi, Francia, Svizzera che non è membro UE, Spagna, Israele neanche lui membro UE, Svezia e Belgio).
      – Quindi il saldo netto dell’Italia = – 33.

      Il dato negativo di quest’anno conferma una tendenza a perdere talenti, fondi e a non attrarre. Bisogna, in occasione della consultazione per il PNR, che le nostre richieste siano molte chiare e dove necessario impietose, indicando che occorre introdurre cambiamenti radicali nell’assegnare finanziamenti adeguati alla ricerca e nel restituire agli Enti la libertà delloro gestione. Sarà molto difficile invertire la tendenza altrimenti.

    • #8757
      Diego Breviario
      Partecipante

      Cari Colleghi,
      nel ringraziare chi, su questo sito o per posta elettronica, ha inteso di esprimere un parere sul documento da noi presentato, riguardante il preliminare di PNR 2021-2017, siamo a chiedere, a coloro che ancora meditassero di farlo, di offrirci i loro ulteriori contributi, osservazioni o adesioni ENTRO LA FINE DELLA GIORNATA DI LUNEDÌ 7 p.v. in modo tale da poterli inserire per tempo, se compatibili con lo spirito richiamato di un deciso rinnovamento, in quello che sarà il testo definitivo.
      Grato, anche a nome di Patrizia e Vito, per la vostra attenzione, vi invio i nostri saluti più sinceri.
      Diego Breviario

    • #8761
      andrea.irace@cnr.it
      Partecipante

      Buongiorno a tutti.

      Io sono un geologo ricercatore dell’IGG.

      Purtroppo il tempo è poco e come qualche collega sottolineava, sono sincero, non ho avuto modo di leggere tutta la documentazione. Per di più avevo letto che la scadenza per i commenti era il 9 settembre, per cui, anche se all’ultimo, cerco di dare il mio contributo.
      Tentando un volo ancor più rapido di un “gabbiano” sugli allegati, evidenzio sinteticamente (in funzione del mio tipo di formazione e attivita’ di ricerca) alcuni punti che in parte si rifanno a quelli menzionati dai colleghi:

      AREE STRATEGICHE CNR E GEOLOGIA:
      Le Scienze della Terra e la parola “geologia” finalmente sono ora menzionate nei testi descrittivi delle 4 Aree strategiche che ci riguardano più da vicino (Cambiamenti globali, Risorse naturali, Osservazione della Terra, Rischi naturali), ma la “geologia” sembra interessare poco il nostro ente…e probabilmente la nostra Nazione. PECCATO, perché poi quando c’è un problema di pericolosità ambientale che richiede una buona conoscenza del territorio e del sottosuolo, a noi ci vengono sempre a cercare dall’esterno. Poi con i soldi che percepiamo dalle “commesse” riusciamo a sostenere e mantenere in piedi la nostra Struttura, non sosteniamo bisogni privati.
      L’ALLEGATO A menziona un paio di volte la parola “geologia”, ma più che altro legata ai “rischi idrogeologici e sismici”. Un po’ riduttivo…. non si fa mai cenno (come accade anche nei documenti delle AREE STRATEGICHE CNR) ai MODELLI GEOLOGICI, ovvero allo strumento base che il geologo sa ricostruire, per capire e prevedere non solo gli elementi di rischio idrogeologico (modelli evolutivi delle frane e dei corsi d’acqua in relazione alla salvaguardia antropica) e gli elementi naturali nella valutazione della pericolosità sismica (ad esempio faglie attive), MA ANCHE per essere di supporto nella progettazione e costruzione di infrastrutture sotterranee, nella analisi delle risorse minerarie e geotermiche, così come nello studio dei sistemi acquiferi a fini predittivi e di salvaguardia ambientale.

      CONCORSI E AREE STRATEGICHE:
      Se al CNR ci fossero dei settori disciplinari, come nell’Università, per chi si occupa di Scienze della Terra credo sarebbe più agevole partecipare ai concorsi. Con l’attuale strutturazione in AREE STRATEGICHE, in cui le Scienze della Terra sono “spalmate” un po’ qua e un po’ là sulle 4 AREE, diventa difficile per un ricercatore dalle pubblicazioni e curriculum poliedrici decidere in quale area strategica concorrere, a meno che non sia ultra-specializzato ed abbia fatto sempre le stesse cose da quando è “nato”.
      Le valutazioni sono fortemente orientate solo ed esclusivamente su pubblicazioni internazionali, mentre documenti a più ampio respiro seppur “nazionali”, come le carte geologiche (ad esempio quelle del CARG :Progetto Nazionale di Cartografia geologica), che sono lo strumento che dovrebbe contraddistinguere professionalmente un geologo, non vengono valorizzate in sede concorsuale.

      FONDI ORDINARI:
      Riallacciandomi all’osservazione di altri colleghi, la ripresa di un finanziamento pubblico anche solo di qualche migliaio di euro pro capite, sarebbe importantissimo anche per la nostra categoria, che svolge attività sul terreno, fra l’altro senza bisogno di particolare strumentazione. Personalmente, per il mio tipo di attività se avessi la disponibilità di qualche migliaio di euro all’anno (ad esempio 3-5000) sarei già in grado di sostenere buona parte delle mie ricerche e riuscirei anche a partecipare almeno ad 1/2 convegni all’anno con maggiore regolarità.

      FORMAZIONE:
      Purtroppo i corsi di formazione sono un’altra nota dolente. Il nostro Ente non ci supporta in questo e tutto è lasciato all’iniziativa personale; se li troviamo, noi li paghiamo con parte dei soldi che ricaviamo dalle commesse. Penso ai corsi per il miglioramento della conoscenza ed uso delle lingue straniere, piuttosto che per l’utilizzo di nuovi software.

      Grazie per l’attenzione,
      Andrea Irace.

    • #8762
      Alessandra C
      Partecipante

      Buongiorno,
      qui si parla di avere finanziamenti, sacrosanto quanto fuori rotta rispetto alla tendenza attuale che è il prelievo forzoso del CNR dei finanziamenti che il ricercatore si è procurato. Sacrosanto richiederlo perché anche un piccolo investimento porterebbe molteplici ritorni.

      Ma io suggerisco anche di aggiungere alla proposta la possibilità di spendere i finanziamenti, perché averli senza poterli investire in lavoro o collaborazioni (es invitare qualcuno a fare un seminario, avere un trainee, ecc ecc), li rende inutili… ovvero rende complicatissimo il lavoro e mettere in campo collaborazioni.

      Inoltre, la traiettoria di burocraticizzazione che il CNR sta seguendo è in direzione del blocco delle attività dei ricercatori – deve cambiare! Io penso che richiedere una semplificazione della burocrazia sia tanto fondamentale (e altrettanto controtendenza) quanto chiedere più fondi.

      Un saluto a tutti

    • #8763
      David Armando
      Partecipante

      Buongiorno a tutti
      condivido sostanzialmente il documento e vi ringrazio per avere pensato a redigerlo. Solo un brevissimo commento (fuori tempo massimo?) sul punto 2. D’accordo per chiedere una maggiore presenza CNR nelle commissioni, ma non nascondiamoci che ciò implica una disparità di condizione fra chi ha propri colleghi d’istituto in commissione e chi non ne ha. A mio avviso il problema, fondamentale, del rapporto CNR/Università, va risolto innanzitutto nella direzione opposta, ossia che ci siano ricercatori CNR nelle commissioni ASN (che peraltro in alcuni settori faticano a costituirsi per mancanza di colleghi che superino le mediane).

      David Armando, ISPF

    • #8766
      Vito Mocella
      Moderatore

      Cari colleghi in allegato trovate il documento di proposte che abbiamo inviato al MUR, rielaborato alla luce dei contributi pervenuti di cui ringraziamo.

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