THE DAY AFTER

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Questo argomento contiene 52 risposte, ha 9 partecipanti, ed è stato aggiornato da  Patrizia Lavia 1 giorno, 8 ore fa.

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  • #8130

    Patrizia Lavia
    Moderatore

    Ieri il personale CNR ha eletto l’unico componente eletto nel CdA a fronte dei 3 componenti + il Presidente, tutti nominati dal ministro. Nicola Fantini, al quale faccio tanti auguri per un compito difficile, ha convinto di più con il programma il CNR di tutti. A lui il riconoscimento di aver evidentemente fatto una migliore campagna elettorale.

    Prime riflessioni spicciole: In certi momenti, quello che avrebbe dovuto essere un confronto serrato ma civile su temi importanti è degenerato. Altra riflessione: l’organizzazione capillare vince.

    Ma l’esito, e i numeri diffusi dal DG, suggeriscono anche altre riflessioni.
    1) la distanza tra i due candidati è 137 voti, corrisponde a 1.5% degli aventi diritto. Elettorati numericamente simili, ma visioni sostanzialmente diverse. Il CNR non sarà di tutti per il prossimo quadriennio perché non può esserlo. Le visioni sono inconciliabili. Il CNR sarà di chi ha vinto.
    2) 225 colleghi (quindi, una parte maggiore dello scarto tra i due) hanno detto di non poter scegliere. A mio avviso questa parte sta dando un’indicazione importantissima; sta dicendo non va bene nè l’uno nè l’altro, sta dicendo che ci sono limiti insuperabili in entrambi i programmi o in entrambi i candidati. Sta dicendo che non vuole votare per la contrapposizione tra primato della ricerca e primato del personale, e che non ha trovato in nessun programma un sufficiente indirizzo di forza e/o credibilità sullo sviluppo del CNR. Credo che questa critica vada presa in seria considerazione. Forse a questi Nicola dovrà dare un certo ascolto.

    L’esito del voto, a mio avviso, apre anche una frattura di concezione sugli scopi istituzionali del CDA.
    Il CDA del CNR non è un piccolo parlamentino. Se lo fosse, naturalmente sarebbe sacrosanto che il rappresentante fosse programmaticamente il rappresentante di tutte le categorie che contribuiscono in qualsiasi modo a tenere in piedi l’Ente. Ma da statuto il CdA non è un parlamentino. Da statuto, è l’organo di governo che decide le linee di sviluppo strategiche del consiglio nazionale delle ricerche e come amministrare le risorse per implementare tali linee strategiche. Esprimere un ricercatore sarebbe stato un punto d’orgoglio, quello sì, per tutto il personale. Ma questo orgoglio non è sentito o non è diffuso.

    il voto di ieri dice che il personale CNR è diviso sulle priorità e gli scopi del proprio CdA, e pur con una minoranza stretta, non pensa che nel CNR ci sia un primato della ricerca, ma appunto un primato del personale. Senza dubbio Nicola si impegnerà per completare le stabilizzazioni e quel tipo di sofferenza forse arriverà a soluzione. E’ giusto nella misura in cui non si può tenere la gente a lavorare in forme precarie per decenni. Ma dopo aver completato la sanatoria straordinaria, quali sono le prospettive del CNR, il futuro degli altri che non si sono trovati ad avere una forma di contratto dal giorno x al giorno y (date contemplate dalla Madia)? Basterà avere tre anni di contratto? Questi contratti continueranno a essere assegnati come?

    Inoltre, più importante, ci sarebbe da riprendere la battaglia per l’autogoverno, modificando profondamente la struttura del CdA e cercando di avvicinare il governo del CNR a quello degli enti europei. Parte del personale però ieri ha detto che la rappresentanza prescinde dalla missione dell’Ente. Evidentemente i ricercatori sono percepiti come degli arroganti in senso letterale, gente che si vorrebbe arrogare il diritto di contare. Paradossalmente, è andata come voleva la Gelmini, che non riconobbe l’esito delle prime elezioni mai svolte al CNR. Credo che soprattutto i giovani ricercatori faranno bene a rifletterci. Il giorno dopo essere stati assunti, si devono porre il problema di cosa fare con il loro cervello e di come farlo, con quali mezzi e quali prospettive, per non restare in eterno i “giovani di laboratorio” di ben finanziati capi, ma sviluppando la loro creatività che dia anche qualcosa al paese.

  • #8133

    Patrizia Lavia
    Moderatore

    Caro Appomatox, intanto penso che essendo colleghi di CNR possiamo darci del tu, anche se io ho sostenuto Vito Mocella. Non è necessario tenere questa distanza perchè abbiamo votato candidati e progammi diversi!

    Che ci siano stati errori di comunicazione gravi è indubbio, è stato detto anche qui. Ma è solo questa la causa della vittoria di Fantini e socnfitta di Mocella? Mi sforzo di capire. Credo che la comunicazione sbagliata possa aver spsotato alcuni voti, ma quello che credo abbia pesato, e sarebbe così anche se il risultato fosse stato inverso, è davvero una diversa visione del ruolo del CdA del CNR. A parte il fatto che devo correggerti, il DG non è parte del CdA, ma riguarda la composizione, l’anomalia è prorio lì: 1 componente elettivo e 4 di nomina, di cui 1 è il Presidente e 3 sono proposti da entià “aliene” ed esterne a noi: conferenza dei rettori, confindustria, conferenza stato/regioni. Secondo me questo è completamente asfittico, differente da qualsiasi ente europeo, e risponde a logiche che io non condivido affatto. Il fatto che la conferenza stato regioni designi 1/5 del CNR, e confindustria un altro 1/5, implica un concetto del CNR che non si può autogovernare e che non concepisce idee proprie, ma lavora a commesse. Il fatto poi che i rettori designino un ulteriore 1/5, mentre da un lato potrebbe essere più accettabile in quanto almeno loro hanno competenze di ricerca, tuttavia non lo è in quanto è il residuo della soggezione storica del CNR al’UNiversià ed è al di fuori di qualsiasi concetto di reciprocità (come il fatto di avere 4/5 di universitari nelle nostre commissioni di concorso e noi non essere mai nelle loro). Un CdA così composto può corrispondere alla visione Gelminiana, cioè Tramontiana, della ricerca, ma non certo alle esigenze di un grande e moderno ente di ricerca come è il CNR. E’ questa la prima cosa che andrebbe cambiata, allargando a una rappresentanza molto più ampia del CNR dove sarebeb giusto avere molte articolazioni: tecnologi, amministratori, e almeno 3 ricercatori diciamo uno per ogni settore ERC. Questo acacde nel resto del mondo inclusi i paesi a capitalismo avanzato. Ma non da noi.
    In questa cornice si trova a operare l’unico consigliere designato da noi comunità. Ora, come ho detto e non voglio farla lunga, dovrebbe essere logico (e anche, perchè no, fierezza di tutti) che questo componente da noi designato rappresenti davvero la militanza nella ricerca, che è la missione dell’Ente, e non la sua gestione, se non altro perchè la gestione è già presente nelle altre componenti. Altrimenti il ricercatore non si esprime mai.

    Quando dico il CNR non potrà essere di tutti non intendo dire che Nicola non parlerà con gli elettori di Vito, non lo penso affatto. Cedo che si sentirà davvero investito di tutti, per come lo conosco, e che prenderà la sua missione di rappresnetanza nel modo più ampio. Ma è proprio la visione che è diversa e lui non può assumere una visioen che non è la sua, esattamente come Vito non avrebbe potuto assumere una visione che non è la sua. Ci sono una priorità a e una priorità b i loro programmi sono speculari e ribaltati. Al cuore del programma di Nicola è il personale. Ora è evidente che il personale deve poter lavorare bene, essere riconosciuto e valorizzato, ci devono essere assunzioni regolari e tarsparenti, ci devono essere progressioni degli assunti etc. etc., va da sè. Ma questo non dovrebbe neppure essere necessario ribadirlo. Quello che credo sia importante è la specificità del CNR: la ricerca pubblica. Ossia, questo perosnale perchè? Cosa fa? Cosa deve perseguire? Come può essere messo in condizioni di farlo? L’Università, comunque vada, avrà sempre una funzione di formazione, ma noi? In un mondo che ha esigenze pressanti di conoscenza (pensa solo all’ambiente, per dire), ma che a volte nemmeno lo riconosce, come si concilia la ricerca di conoscenza col fatto che ti devi andare a trovare dei finanziatori che amano finanziare ricerche con esiti applicativi chiari e immediati? Non dico che Nicola Fantini non si occuperà di questi aspetti, così come non è vero che Vito Mocella non si sarebbe occupato del personale, ma il punto è dove si tiene il baricentro e a mio avviso il CNR ha bisogno di tenere il baricentro sulla ricerca.

  • #8134

    Appomatox
    Partecipante

    Cara Patrizia,
    nella tua apertura di questa discussione hai sottolineato come la differenza in voti tra i due candidati fosse esigua; io, nella mia risposta, ho voluto solo indicarti una possibile concausa, non tanto programmatica quanto tattica, che ha fatto pendere la bilancia della vittoria verso Fantini, piuttosto che verso Mocella.
    Come si muoverà il nuovo Rappresentante lo si vedrà, e spero possa sia far sentire la sua voce là dove si pianifica la “politica” della ricerca, sia cercare di rivalutare le funzioni e le qualità di chi il CNR lo fa andare avanti tutti i giorni: il personale.
    Sì, perchè credo che le cose non siano distinte. Non nascondiamoci dietro un dito: il ruolo che ha il CNR all’interno della ricerca italiana rispecchia la funzione che la ricerca svolge per il mondo politico italiano: una funzione quasi solo di facciata, pochi finanziamenti, poco personale, nessuna strategia globale. Questo è il mio pensiero.
    Ma questa sciagurata politica si è sviluppata negli anni non solo attraverso il cambio della funzione e del ruolo che il CNR svolge nella ricerca e dei suoi rapporti con l’Università (ci si ricorda, ad esempio, quando venivano creati Centri o addirittura Istituti CNR per finanziare la ricerca di questo o quel professore universitario?). Ma si è attuata anche attraverso un depauperamento delle professionalità di ricercatori e tecnici.
    Ti parlo francamente, da tecnico con oltre 30 anni di servizio sulle spalle. In questi anni ho visto piano piano sparire figure professionali; ho visto i ricercatori costretti a dedicarsi soprattutto alla ricerca dei fondi, per poter far lavorare quei quattro precari che sono gli unici a portare avanti il lavoro; ho visto ricercatori ed amministrativi perdere giornate intere a sbattere la testa contro il muro per la compilazione dei rendiconti dei progetti; ho visto i tecnici occuparsi sempre di meno della ricerca ed essere relegati a ruoli sempre più burocratici; ho visto concorsi interni premiare sempre i soliti sponsorizzati magari quelli i cui comportamenti oggi, ogni tanto, vengono messi alla pubblica gogna. Ho visto la burocrazia esplodere: per fare un ordine ci vuole una risma di carta e giornate perse su Mepa, Sigla ecc.. Alla faccia della dematerializzazione.
    Ho visto insomma cose che “gli altri umani”, quelli che pensano che il CNR sia solo un orgoglio nazionale, un insieme di mega cervelloni fumanti di idee, “non hanno mai visto”.
    Per questo, pur non avendolo scelto inizialmente, non sono dispiaciuto del fatto che sia stato eletto Rappresentante chi ha posto tra le sue priorità una maggiore attenzione al personale dell’Ente. E, ti confesso, ho provato una profonda delusione quando, dopo l’ennesimo concorso interno che ha penalizzato, ad esempio, chi si è occupato delle questioni inerenti alla sicurezza, ho scritto a Vito Mocella, mio Rappresentante senza ottenere alcuna risposta.

    Buon lavoro quindi al nuovo Rappresentante e lunga vita (si spera) a questo disgraziatissimo Ente.

  • #8135

    Diego Breviario
    Partecipante

    Patrizia,
    trovo le tue due riflessioni lucide, pertinenti, oneste e di ampio respiro, degne di alimentare il dibattito che deve necessariamente attivarsi ora che si è aperta una nuova fase, una nuova stagione. Non penseremo certo di passare quattro anni a recriminare e a stracciarci le vesti. Bisogna ripartire, ricostruire, comprendere, prestare attenzione e migliorare. Per questo, per un motivo che è pure educativo, ti chiederei la cortesia di divulgare le tue utili riflessioni anche sul sito Comancio. Ciao e grazie.

  • #8136

    Diego Breviario
    Partecipante

    Non avevo visto la replica di Appomatox che pone anche lui sottolineature importanti. L’invito gli è esteso ovviamente. E’ solo attraverso la riflessione comune, lo sforzo di una lettura analitica dell’esito del voto e del contesto che lo ha generato, che si può pensare di aprire nuove prospettive di impegno e di intervento. DB

  • #8137

    Umberto Amato
    Moderatore

    Risposta agli amici di Comancio sul loro sito
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    I Comanche sono stati una popolazione in grado di abbinare l’arte della diplomazia all’innato e temuto spirito guerriero. Erano abilissimi nel cavalcare il cavallo, mostrando un portamento allo stesso tempo fiero ed elegante.
    Durante le elezioni al CdA, Comancio ha saputo interpretare benissimo lo spirito diplomatico del popolo cui si ispira, con una pervicace azione dai toni bassi, politically correct, concentrazione sui contenuti, orgogliosamente portata avanti in tutti i contesti e in tutte le occasioni ed anche rivendicata.
    Senza invocare alcun nesso di causalità, ora sappiamo com’è finita la competizione: la barbarie (a scanso di equivoci, parlo in termini culturali visto il sito che gentilmente mi ospita) al potere. Una nullità dal punto di vista scientifico (qui non c’è indicatore bibliometrico che tenga), a dispetto degli obblighi di “alta qualificazione tecnico-scientifica” previsti dallo Statuto per il componente al CdA del personale e puntualmente ignorati dalla Commissione elettorale. Un disprezzo dell’etica che mette sullo stesso piano chi ha una condanna per danno erariale (con aggravante del dolo) ed è indagato per ancora più gravi reati con chi denunciandoli è stato oggetto di un bombardamento di attacchi personali dentro e fuori l’Ente; che arriva a mentire spudoratamente rilanciando incredibili accuse di fake news.
    Comancio ha di fatto contribuito a dare credito ad una persona che credito non ne aveva e che, volente o nolente, è il risultato di un coacervo di interessi interni ed esterni all’ente che nulla hanno a che vedere con la ricerca.
    Quello che è successo non è niente di diverso da quello che sta accedendo nella politica italiana, incluse le modalità mediatiche di comunicazione. Solo che l’abitudine a pensare, requisito fondamentale per chi lavora nella ricerca, poteva far sperare in una certa immunità da strategie mediatiche basate sul diffondere falsità mediante parole chiavi usate come mantra, insomma in un voto di cervello più che di pancia. Così non è stato. La centralità della ricerca è stata fatta passare per ostilità nei confronti di tecnici e amministrativi; la rivendicazione del merito come avversione per i precari. Tutte false divisioni, per nascondere la vera divisione esistente, tra il vecchio sistema consociato con i sindacati confederali, che ora potrà tornare agli antichi fasti, e la speranza del rinnovamento vero, quello che si oppone ai poteri, che abbiamo assaporato per la prima volta negli ultimi 4 anni. Una parte dell’elettorato ha preferito agire come quel marito che per fare dispetto alla moglie si evira.
    A questa poderosa macchina, resa capillare da un’azione persuasiva dei sindacati senza precedenti, Comancio ha risposto con la neutralità, senza schierarsi. E’ un atteggiamento legittimo, come lo fu l’Aventino. Peraltro erano evidenti le due anime interne distinte tra la sofferenza di non potersi schierare imprigionati dall’assioma della neutralità ed il godimento invece provato nell’affermare tale neutralità a tutti i costi. Per carità, atteggiamento comune anche al di fuori di Comancio, con virgole scandagliate a fondo senza rendersi conto degli immensi punti esclamativi che incombevano. Atteggiamenti che a titolo di efficace resa ho etichettato come “i signori del cazzo”. Il culmine è stato di gran lunga il post di un Comancio a seguito dell’infame attacco giornalistico a Vito (che riporto in calce come monito di insegnamento a imperitura memoria per i Comanci).

    Il mio vuole essere un invito alla riflessione. Temo che molti Comanche (quelli veri) si rivoltino nella tomba a vedersi accomunati ad una simile strategia neutrale. Sotterrate l’ascia, convertitevi alla lotta e alla resistenza, quella con le scorribande, per cui i veri Comanche erano famosi. Il cavallo ai Comanche non serviva per eleganti e raffinate passeggiate, ma per cacciare e combattere; in una parola per sopravvivere. Altrimenti abbiate rispetto per la popolazione cui vi ispirate e, in un impeto di dignità, cambiate nome. Se volete posso suggerirvene qualcuno, ma temo che non vi piacerebbe.

    Augh da un fratello di un’altra tribu che sta decidendo cosa fare con l’ascia

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    Contenuto rimosso a seguito di segnalazione pervenuta

    • #8138

      Patrizia Lavia
      Moderatore

      Leggo con vera pena la lettera rabbiosa e disperata scritta da Umberto alle 2 di notte, quando l’insonnia evidentemente deforma la ragione e non permette alla coscienza di elaborare un minimo di autocritica. Evidentemente Umberto vive come una sconfitta esistenziale il fatto che lui non sappia dove mettere l’ascia di guerra.

      Come co-amministratore di questo sito, sito del quale del resto dobbiamo chiederci il senso (e su questo tornerò), sento la necessità di respingere il settarismo, la pervicacia, il metodo denigratorio e insultante nella lettera di Umberto, una reazione a una sua disperazione personale che non fa onore a nessuno. Respingo l’arroganza di parole come barbarie e nullità riferite a un collega che ha presentato un programma che alcuni di noi hanno ritenuto non centrato, ma che ha invece ricevuto la fiducia di oltre 2400 altri colleghi.

      Sento anche la necessità di respingere l’accusa settaria rivolta a Comancio, di avere “trasgredito” ed essersi “permessi” di chiedere conto a Vito di sue posizioni, peraltro perfettamente motivabili, e che un eletto deve essere sempre in grado di sottoporre alla trasparenza del giudizio. Era proprio per questo che abbiamo fondato questo sito: per avere uno spazio dove discutere, anche criticamente.

      “Il mio vuole essere un invito alla riflessione”: accidenti Umberto, e se avesse voluto essere una invettiva, che sarebbe stato?

      Io penso che in questi quattro anni Vito si sia comportato benissimo, che debba esserne orgoglioso e che la continuità sarebbe stata utile al CNR. Vito ha fatto da apripista, per la prima volta illustrando sempre con trasparenza di che cosa e come decida il CdA del CNR. Ha posto delle basi sulle quali tutti dovranno continuare a camminare e dalle quali non si potrà tornare indietro. Lo ha pagato anche con provvedimenti disciplinari oltre che attacchi da varie parti. Per questo desidero ringraziarlo nella maniera più sincera e più profonda. Credo che in molti condividiamo questa idea, poichè davvero pochi voti hanno fatto la differenza.

      Dato che siamo in vena di sincerità, vorrei anche spendere una parola per ringraziare gli altri candidati che hanno messo in gioco le loro idee, ed in particolare Rino Falcone e Patricia Iozzo, i quali a mio avviso hanno presentato (forse con troppo ritardo) una visione ampia e lucida del CNR. Sono sicura che Rino continuerà in molti modi ad avere un ruolo attivo nel CNR come ha sempre avuto; la battaglia e il manifesto contro i prelievi, per esempio, li ha ideati e costruiti senza sedere in CdA. Grazie a quella iniziativa, tutti nel paese hanno visto le ragioni di una ricerca che rischiava di venire dissanguata. Spero che anche Patricia continui ad avere un input e un ruolo attivo. Quindi aggiungo agli auguri a Nicola Fantini anche l’augurio che questi colleghi, che hanno già messo in campo delle idee, continuino a rappresentare insieme a Vito un pungolo ed uno stimolo per il rappresentante eletto in un CdA che ha davvero una composizione troppo asfittica, con uno e un solo rappresentante del CNR rispetto a quattro componenti di nomina.

      Quanto a questo sito: era nato come sito dal quale Vito comunicava con il personale. Deciderà lui se abbia ancora ragion d’essere. Io ho collaborato con slancio e motivazione in quella che a mio avviso rimane la prima grande stagione di democrazia. Personalmente, penso che la parte di patrimonio comune (OdG dei CdA, documenti, delibere etc.) dovrebbe rimanere a disposizione di tutti. Non credo invece utile trasformarlo nel sito dei rancorosi sostenitori di Vito. Per quel che vale, credo che abbia un senso mantenere questo sito solo se sarà capace di rappresentare uno spazio per proposte critiche ma sensate, e questo si potrà fare solo se si argina ogni deriva verbale e concettuale, cosa che al momento mi sembra difficile.

  • #8139

    Vito Mocella
    Moderatore

    Cara Patrizia e caro Appo (scusa se non ti ho risposto ma rifletti sul fatto che come rappresentante arrivano a volte 100 email di un sol colpo, qualcuna può sfuggire. Se tu l’avessi inviata nuovamente non ti sarebbe costato molto) la mia lettura, non molto dissimile da quella di Patrizia ha una chiave leggermente diversa. In queste elezioni si è speso oltre ogni misura il sindacato e Nicola, volente o nolente, è innanzitutto una loro espressione come dimostra anche il comunicato degli stessi confederali. Naturalmente ha ricevuto i voti del personale che hanno portato alla sua elezione ma questi voti sono in modo significativo il frutto di uno sforzo congiunto, solo parzialmente pubblico, svolto dai sindacato confederali. Io sono assolutamente certo della buona volontà di Nicola ma non è possibile prescindere da questo dato di fatto che non è un’opinione altrimenti non è possibile intavolare una discussione seria. La differenza è quindi nell’interpretazione del ruolo in CdA, Nicola lo vede in chiave sindacale come un super RSU. La mia esperienza mi insegna che, anche volendo fare così, non è questo il compito in CdA e ove fosse interpretato in questa chiave porterebbe ad una grave confusione di ruoli nel Consiglio. Mi auguro che interpretando dall’interno il ruolo, lo stesso Nicola se ne renda conto e comprenda la differenza.

  • #8140

    Diego Breviario
    Partecipante

    Leggo solo ora e con stupore assoluto. Risponderò in seguito in modo costruttivo come è giusto che faccia. Per onor di verità voglio però chiarire che fino alla lettura di questa mattina non ero per niente al corrente del commento che l’altro unico Comancio che so che scrive, ha fatto sull’episodio del Giornale. Avrebbe per lo meno dovuto dire che sì ne abbiamo discusso manifestando un giudizio e delle posizioni nettamente contrapposte tra noi. Non averlo fatto è grave, tanto più che ancora oggi io non riesco a trovare quel commento sul sito di Comancio. D’altra parte quel che ho scritto riguardo all’ attacco mosso dal Giornale, ricevendone pubblico ringraziamento anche dal diretto interessato, è pubblicato, è lì da vedere. Noto , non senza ironia come quello stesso articolo il cui titolo è di per se significativo : solidarietà al collega Vito Mocella, mi ha attirato gli attacchi dei sostenitori del collega Fantini che, insieme a lui, lo hanno interpretato come un evidente segnale di parzialità, ironizzando loro stessi sulla mia scelta di neutralità. Una scelta che per me era invece obbligata da un atteggiamento nobile, per quanto non riconosciuto e attaccato dall’una e dall’altra parte, del quale, Comancio o meno, sono orgoglioso perché è stata dettata dalla volontà di far emergere le idee, i concetti, programmi, financo l’attendibilità delle candidature, come richiesto dall’amico Umberto, e non la faziosità o l’agire occulto. Ho cercato di favorire discussioni aperte e ho favorito i confronti pubblici come deve essere fatto in un società civile, tanto più da scienziati. Ripeto, sono stato attaccato dagli uni e dagli altri e ora scopro anche all’interno di Comancio. Mi vien davvero da sorridere per la pochezza di questi atteggiamenti. Sul fronte dei contenuti e delle prospettive, come ho già anticipato, voglio proporre ancora un pezzo, forse l’ultimo, non già per le aggressioni e le offese ricevute ma perché se siamo quel che mostriamo di essere, non ne vale davvero la pena. Saluti fraterni a tutti, mi vogliate bene o male. Sopravvivrò. Un saluto ecumenico, non da guerriero, ma è pur vero che Comancio lo sono diventato per caso (il gusto di un acronimo colorito) mentre forse significa qualcosa che il mio cognome fa Breviario.

    • #8142

      Umberto Amato
      Moderatore

      Caro Diego, ti rispondo (personalmente e pubblicamente, me ne scuso con i non interessati) con toni più sereni dopo aver cominciato a metabolizzare il risultato dopo qualche giorno. La sconfitta per me è dura e cocente, inimmaginabile in partenza. Ho l’immodestia di pensare di aver provato a combattere nel corso degli ultimi 15 anni un malgoverno dell’Ente che si è succeduto sotto diverse sfaccettature. Negli ultimi 4 anni sono stati ottenuti per la prima volta risultati tangibili per la vita della ricerca nel CNR (e quindi per tutte le componenti che ci lavorano). Vedere ora una normalizzazione ad un modello precedente è una sconfitta. Ci si dovrà pur interrogare sul perché gli endorsment ormai noti sono stati rivolti verso il prossimo consigliere. Quelli fanno parte del sistema che ha malgovernato l’Ente e che io ho contribuito a combattere. Basta guardare il comunicato trionfale unitario della triplice. Questo è un dato di fatto e negarlo impedisce una discussione seria.
      Ma c’è una questione che rende la sconfitta inaccettabile: la normalizzazione non è avvenuta per decreto ministeriale, bensì a seguito di un’elezione democratica. Cioè lo stesso personale alla causa del quale ho dedicato una parte non trascurabile delle mie energie negli ultimi 15 anni, con la presunzione di condividere l’idea del CNR che vogliamo.
      I risultati di un’elezione democratica vanno semplicemente accettati. Punto. Ormai la statistica di risultati imprevisti si sta allargando. Non si tratta di essere per la destra o per la sinistra, o magari moderati, com’era semplicemente una volta. Oggi vince Trump; vince Brexit, sono risultati al di fuori di ogni logica razionale, eccetto l’unica che conta realmente: il numero di voti. Per me l’elezione è andata nella stessa direzione, democraticamente.
      Adesso capisco l’Aventino, dopo 8 anni, che poi banalmente vuol dire lasciare ai più giovani il compito di portare avanti le battaglie.

      Veniamo a noi. Una sconfitta impone un ripensamento delle idee e delle strategie. E’ evidente l’accusa che mi viene mossa di aver contribuito alla sconfitta con i toni utilizzati in alcuni messaggi (peraltro mai da parte tua)
      ed io non mi sottraggo alle accuse. Ho sempre detto le cose come stavano: sì-sì, no-no, senza fronzoli e senza giri di parole. Nessuno ha mai smentito nessun fatto che ho raccontato (né era possibile). Certo li ho conditi come mio solito con paragoni, con appellativi, in genere ironici, che hanno inasprito i toni. Se questi abbiano dato fastidio agli elettori “moderati” o se siano stati usati strumentalmente per non rispondere ai fatti, io non riesco a valutarlo.
      Allo stesso modo mi sono interrogato se il dichiarato atteggiamento di neutralità di Comancio avesse influito sull’esito. Io capisco gli intenti nobili, ma prima di essere curatore di un blog che riguarda il CNR sei un ricercatore CNR che ha sempre lottato per il bene dell’Ente in prima persona, spendendoti in battaglie anche solitarie con coraggio, autorevolezza ed umiltà. Pertanto mi chiedo qual è il fine ultimo di Diego Breviario: il successo indiscusso di Comancio oppure il bene dell’Ente? dal mio punto di vista gli obiettivi non hanno coinciso. Comancio era nato per lanciare gli Stati Generali dell’Ente, iniziativa lodevole, anzi rivoluzionaria. Ho sempre pensato che il suo ruolo nelle elezioni volesse essere strumentale di lanciare l’iniziativa concretamente in un secondo momento. Ora la vedo dura, quanto meno nei termini in cui l’hai sempre pensata.
      Pertanto allo stesso modo in cui mi interrogo se la mia strategia di toni forti abbia svantaggiato Vito, ti chiedevo una riflessione sulla strategia di neutralità che ha adottato Comancio.
      Dopo un’elezione persa credo sia doveroso farsi simili domande e trarne le conseguenze.
      Che ci fossero due anime in Comancio era evidente. Che la tua fosse quella nobile autentica sprizzava da tutte le lettere dei tuoi post da raccogliere in un libro. Ma l’altra anima, Diego, non era così, e lo stralcio che ti ho riportato è solo il culmine di una serie di affermazioni. Non rinnego l’espressione dura che ho usato per caratterizzarla.
      Certo se l’esito fosse stato diverso ora staremmo parlando di Stati Generali.
      Tanto ti dovevo per l’ammirazione ed amicizia nei tuoi confronti (mi scuso per i lettori poco interessati al dialogo pubblico/privato).

  • #8141

    Umberto Amato
    Moderatore

    Sento di dovere delle scuse a Nicola Fantini e a quanti tra i suoi elettori lo hanno votato convinti del suo programma e/o della sua persona per il tono del precedente messaggio, inappropriato dopo la chiusura delle elezioni, pur rivendicandone i contenuti.

  • #8143

    giuseppe.mattioli@ism.cnr.it
    Partecipante

    Sperando che la tempesta si sia almeno un po’ placata vorrei riprendere il filo del post iniziale di Patrizia, cercando di proseguire una discussione costruttiva, punto per punto.

    Sul ruolo del CdA sono parzialmente in disaccordo con quello che Patrizia dice, perché si limita a riportare integralmente solo una parte del “preambolo” ai compiti statutari del CdA. Cito dall’art. 7, comma 2: “Il consiglio di amministrazione ha compiti di indirizzo e programmazione generale dell’attività dell’ente, approva gli atti di carattere generale o fondamentale per l’organizzazione, il funzionamento, l’amministrazione e la gestione. In particolare su proposta del presidente:” seguono elencati esplicitamente 25 punti che definiscono l’ambito di applicazione dei poteri del CdA. Un primo commento: tutto avviene “su proposta del presidente”, che stabilisce l’OdG del CdA e può addirittura prendere decisioni d’urgenza, che poi devono essere ratificate dal CdA. La politica del CNR la decide quindi il Presidente, che ha poteri estremamente ampi, forse troppo. Questa è una riflessione attuale dato che il mandato di Inguscio sta per terminare e che, se non proviamo a fare qualcosa in fretta, probabilmente ci ritroveremo ad iniziare una nuova era con un nuovo Shogun che verrà a spolpare quello che resta del CNR senza portare nulla; sarebbe proprio il momento più adatto per un rinnovamento Meiji, e perdonatemi la divagazione nipponica. Un secondo commento: se andate a leggere tutti i 25 punti, troverete che c’è poco o nulla di scientifico e molto di organizzativo-gestionale nei compiti del CdA. Mi colpisce moltissimo il fatto che tutte le volte che le decisioni del CdA hanno effetti sulla comunità scientifica dell’ente, sia obbligatorio avvalersi del parere del Consiglio Scientifico del CNR (punti b, e, u, z, aa) oppure affidare ai Dipartimenti l’organizzazione delle attività di ricerca (punti s, v). Quindi il CdA non è certo un “parlamentino”, ma un governo, l’organo esecutivo delle politiche amministrative, gestionali, finanziarie dell’ente. Il “parlamentino” manca proprio! Ce l’ha l’INFN con il suo Consiglio Direttivo, che nomina la Giunta Esecutiva (affine al nostro CdA ma priva di tutti quei poteri di nomina che sono il vero “potere” negli enti di ricerca). Un terzo ed ultimo commento: ho visto gli effetti dell’esistenza del CS generale solo quando Mocella ci ha fatto conoscere l’aberrante documento che avevano elaborato per limitare il precariato, riassumibile in “eliminazione dei precari e loro sostituzione con schiavi privi dei più elementari diritti dei lavoratori”. Invece a norma di Statuto il CS è un organismo importante, che aiuta il Presidente (non il CdA, che comunque lo nomina) a stabilire la politica scientifica dell’ente. Se andate a vedere (https://www.cnr.it/it/consiglio-scientifico) c’è un solo collega del CNR tra i 10 membri, con una maggioranza di membri stranieri. A cosa serve un CS fatto in questo modo? Dati i suoi compiti statutari il CS dovrebbe essere formato esclusivamente da ricercatori del CNR, al massimo con il contributo di associati con incarico di ricerca al CNR. E possibilmente, lo dico da membro eletto di uno dei CSD, con il contributo di membri eletti dal personale. In questo quadro che rappresento, la presenza di un Tecnologo con competenza organizzativo-gestionale e attività di valorizzazione della ricerca come rappresentante del personale in CdA mi sembra del tutto ragionevole e compatibile con i compiti dell’organo direttivo del CNR; e speriamo tutti che Fantini sia bravo ed efficace nel compito molto difficile che lo attende.

    Riguardo al secondo punto, mi sembra che “ricerca” sia un concetto astratto, mentre sotto la dicitura “personale” ci siano le persone vere che sono pagate con i soldi dei cittadini per fare ricerca. Già questa impostazione fa tutta la differenza che ha portato alla vittoria di Fantini. Rivendico con orgoglio di aver messo già a partire da luglio scorso le persone al centro della discussione per il rinnovo della rappresentanza in CdA, con i primi documenti che ho elaborato assieme a Mario Ledda a supporto di quella che doveva essere la sua candidatura e che poi è stata ritirata per ragioni di opportunità a causa dell’impegno diretto di Mario al MIUR a fianco del Ministro. Ricordo però di essere stato oggetto di attacchi molto violenti su questo stesso forum in merito alle proposte che avanzavamo, attacchi che hanno inevitabilmente diviso il personale. Sono anche molto soddisfatto del fatto che l’impostazione della campagna, -che avevamo suggerito su Comancio, prezioso il lavoro che ha svolto, svolge e spero continuerà a svolgere per la nostra comunità- sia stata fatta propria da Nicola Fantini. Infatti proprio nei documenti che abbiamo elaborato a suo tempo c’è la risposta alla domanda di Patrizia. Le proposte che avevamo condiviso nascevano naturalmente dall’esperienza che avevamo fatto nel movimento per il superamento del precariato al CNR. Sono stato fra quelli che hanno sempre creduto nell’idea che il movimento dei precari del CNR non dovesse esaurirsi corporativamente nel riassorbimento di una singola stagione di precariato, ma dovesse usare invece il suo entusiasmo, il suo innegabile talento, i suoi rapporti politici per cambiare alla radice i meccanismi di selezione, assunzione in ruolo e progressione di carriera del personale negli enti di ricerca. Abbiamo ispirato e collaborato alla stesura di diverse proposte di legge di riforma del pre-ruolo, ma moltissimo si può fare anche all’interno del CNR, dato che il CdA ha i più ampi poteri di stabilire, entro i limiti di legge, le politiche di reclutamento. Discutiamone tutti assieme, ma dentro un quadro di riferimento che secondo me deve avere tre capisaldi, che ho più volte discusso pubblicamente e che riassumo qui: 1) valutazione costante: tutto il personale scientifico dovrebbe essere sottoposto ad una valutazione interna costante in base a criteri condivisi e misurabili, in modo da limitare il più possibile il potere delle persone sulle persone e minimizzare i favoritismi, nelle assunzioni come nei passaggi di livello, con questi ultimi che potrebbero in via sperimentale essere in certa misura resi automatici mediante procedure di valutazione fredda del merito. 2) responsabilizzazione nelle assunzioni: la formazione del ricercatore si esaurisce dopo il dottorato di ricerca. Tutto ciò che viene dopo è lavoro, indipendentemente dalla forma contrattuale. L’assunzione del personale a termine deve quindi rispondere alle esigenze di ricerca, ma il personale strutturato che assume precari deve essere responsabile della maturazione curriculare dei dipendenti che supervisiona. Abbiamo visto invece durante le selezioni riservate per i nostri assegnisti persone con zero tituli dopo tre anni di lavoro, non inserite nelle relative graduatorie; il fallimento è degli assegnisti, ma più grande è il fallimento di chi li ha assunti, e ci sarebbero gli estremi per la sanzione disciplinare. Dopo tre anni di lavoro al CNR un ricercatore deve essere pronto per l’inserimento in una procedura che deve portare all’assunzione, oppure chi lo ha assunto deve prendersi la responsabilità di dirgli che non lo ritiene adatto al lavoro di ricerca. 3) autonomia nella formazione e nella valutazione: in uno dei dibattiti che ho ascoltato, Mocella ha fatto un’affermazione che secondo me gli ha fatto perdere non pochi voti: l’auspicio che i ricercatori del CNR si formino come post-doc nei luoghi più prestigiosi del mondo. Io ho una visione diametralmente opposta. Il CNR è un ente governativo, strutturato in istituti tematici ad alta vocazione interdisciplinare che funzionano tanto meglio quanto più i singoli ricercatori sono pazientemente assortiti per lavorare assieme su grandi infrastrutture o grandi progetti di ricerca, fatta salva la libertà di dedicare comunque il proprio tempo anche ad attività diverse, salvo che siano produttive. Il 50% delle risorse per assunzioni (il massimo consentito dalla legge) dovrebbe essere quindi obbligatoriamente investito nell’immissione in ruolo delle persone che il CNR accoglie dopo la laurea o dopo il dottorato di ricerca, seleziona tramite la partecipazione ai progetti di ricerca, e deve poi poter inserire in collocazioni stabili, auspicabilmente finanziate in maniera centralizzata e comunque destinate all’immissione in ruolo. Il restante 50%, costituzionalmente destinato a procedure concorsuali aperte all’esterno, deve essere comunque scelto dai ricercatori del CNR, possibilmente nominati mediante sorteggio, con la partecipazione di un unico membro esterno alla commissione del concorso che vigili sulla doverosa qualificazione dei ricercatori assunti. Mettendo insieme riforme di legge e buone pratiche interne si può certamente arrivare a dare a tutto il personale, precario e strutturato, le risposte in merito alla collocazione ed alla valorizzazione professionale che merita, e che devono essere al centro della politica del CNR.

    In merito all’autogoverno, terzo punto, credo che i colleghi più anziani non abbiano capito la lezione più importante che è venuta dal movimento dei precari. Che nel nostro ente nulla è gratis e tutto deve essere ottenuto con determinazione, abilità diplomatiche e una dose a volte non trascurabile di rischio personale, come quello di chi ha occupato la sala del CdA. Ci sono soggetti costituzionalmente protetti per assumersi tali rischi al posto dei lavoratori, e sono i colleghi che fanno parte delle organizzazioni sindacali. Non aver cercato l’alleanza con loro, finalizzata a cambiare a fondo la governance del CNR, è stato uno degli errori strategici più grandi dell’esperienza di Mocella come consigliere di amministrazione. Un ricercatore iscritto al sindacato come me è pronto a riconoscere i limiti che ci sono stati ed ancora ci sono nell’azione dei sindacati confederali, ma io preferisco impegnarmi dal loro interno per migliorarli, e sono sicuro che Nicola Fantini, con il suo passato di forte impegno nella CGIL, condivida questo giudizio. E dal 2016 abbiamo un’arma formidabile per il cambiamento, come il decreto legislativo 218/2016 che assegna agli organismi direttivi degli enti poteri quasi assoluti, nei limiti di legge, nello stabilire le regole statutarie e di rappresentanza del personale negli organismi statutari. Quello che mi aspetto quindi da tutti noi, è che una volta rapidamente deposta la sterile polemica tra vincitori e vinti, siamo pronti a sfidare, anche eventualmente con la stessa continua presenza fisica che ha garantito la stabilizzazione dei precari, il CdA, affinché si arrivi ai cambiamenti statutari, regolamentari ed eventualmente anche normativi per avere la massima partecipazione del personale, attraverso una rappresentanza elettiva diffusa a tutti i livelli, alle decisioni. Se qualcuno pensa che l’autogoverno si ottenga magicamente solo chiedendolo, o producendo un documentino senza tessere una tela che comprenda le istituzioni e senza l’impegno diretto dei colleghi, anche a scapito di una modica quantità della propria produttività scientifica, allora ci lasci lavorare al cambiamento. Su una cosa sola infatti mi sento di concordare con Amato: siano i giovani a portare avanti le battaglie; a modo loro però.

    • #8147

      Patrizia Lavia
      Moderatore

      Dato che Giuseppe mi ha chiamata in causa, anche io vorrei aggiungere qualche considerazione.
      “E’ possibile che rancore e sfiducia vengano dal sentimento inconsapevole che, con la crisi dei partiti prima, dell’economia poi, si è conclusa un’intera fase della nostra esistenza; che nella nostra storia s’è aperta una enorme frattura che ha inghiottito il recente passato, quello pieno di vitalità dell’avanzamento sociale, del sistema sanitario, dello statuto dei lavoratori, delle conquiste civili e di libertà quali il divorzio e l’aborto, di una certa equità oramai compromessa da macroscopiche ingiustizie che a loro volta hanno creato fortissime tensioni sociali. Quando le ingiustizie crescono un modo eccessivo le società tendono a spaccarsi o a languire.”
      Corrado Augias “Questa nostra Italia” (2017).
      In questi giorni sto leggendo questo bel libro. Questo paragrafo rende al meglio la mia desolazione nel leggere la lettera di Giuseppe.

      La spaccatura, nel CNR, è evidente:
      – dai voti, in numero grosso modo equivalenti;
      – dal fatto che molti rappresentanti eletti nei CS di dipartimento sono stati sostenitori di Mocella ma invece l’elettorato che ha votato per il CdA ha preferito, sia pur di poco, Fantini. Forse bisognerebbe ragionare sui due bacini elettorali;
      – dai toni, sia di chi metabolizza male la sconfitta che di chi, tra i vincitori, espone il proprio senso di rivalsa verso dei colleghi. Nicola avrà un compito difficile se vorrà ricucire. Dovrà dare soddisfazione al revanchismo di alcuni colleghi contro altri colleghi. Se invece non accoglierà questo revanchismo, allora è possibile che i “duri e puri” si arrabbino, magari decretando che ormai pure lui è vecchio, forti del loro vantaggio di ben 130 voti su oltre 8 mila.

      Molti sono i punti critici nella lettera di Giuseppe, ne riprendo alcuni.
      – 1/3 della lettera apre dicendo che non è d’accordo con me sul ruolo del CdA. Vito ha risposto tecnicamente. Io noto solo di aver scritto il CdA non è un parlamentino, è un organo di governo. Giuseppe risponde, con 36 righe di minuziosa analisi dello statuto, che il il CdA non è un parlamentino, è un organo di governo. E’ la prima volta che mi capita di ricevere disaccordo nel momento stesso in cui si rafforza il concetto da me espresso. C’è una bella scena ironica tra Philippe Noiret e Vittorio Gassman in cui succede una cosa analoga, nel film “La famiglia” di Ettore Scola, ma forse i “gggiovani” non sprecano tempo a vedere questi vecchi capolavori un po’ pallosi.

      – Trovo stupendo proporre la sanzione disciplinare al PI se il precario non pubblica! Nessuno era mai arrivato a tanto, neanche i grandi razionalizzatori alla Pistella. Ma sì, mettiamo sanzioni anche se il PI persegue un’idea nuova! Perseguiamolo se collabora con istituzioni straniere, che nella logica di Giuseppe sono evidentemente luoghi di sfruttamento e non di crescita. Valorizziamo invece la logica del pollaio sotto casa, mettiamoci a ventitrè anni sotto un solido PI ben finanziato che ci dà un TD, imponiamogli di pubblicare qualsiasi cosa col nostro nome prima della scadenza del contratto e non schiodiamoci da lì finchè saremo stabilizzati per legge. E chi ha qualcosa da dire la dica attraverso il sindacato o taccia. Tutti sindacalizzati, todos caballeros. Che tristezza. Come ha ragione Augias.

      Se penso alla ricerca, associo passione, curiosità, sforzo, fatica, energia, slancio, volontà ideale di affrontare nuove sfide e paura costante di fallire, connaturata alla sfida. Questo non vale solo per i ricercatori, ma anche per i T/A quando non sono alienati dalla mole delle carte. I T/A, almeno quelli che stanno negli Istituti, vivono, gioiscono e soffrono con noi delle stesse cose perché sono parte di tutto quello che insieme riusciamo a conseguire o in cui falliamo. Associo il desiderio ideale di andare ogni giorno della propria vita – non solo negli anni del post-doc – a vedere come si lavora nei grandi centri internazionali, quella emozione, quel thrill che si prova dove la ricerca avanza ogni giorno, dove ci sono i fondi e la libertà di investirli con coraggio in direzioni nuove e rischiose. Invece emerge dalla lettera di Giuseppe una mestizia, una concezione limitata dal dominio della burocrazia e anzi desiderosa di regolamentare ancora, e me ne dispiace sinceramente. Per fortuna per altri ex-precari non è così. I precari che conosco io hanno passione, volontà, slancio, sono quelli che agli orali dei comma 2 mentre ti spiegano il loro progetto hanno gli occhi che gli brillano. Non sono una specie debole e paurosa che non vuole andare all’estero e non vuole uscire dal proprio recinto. Sono stati fuori a vedere il mondo, e questo spesso non gli è stato riconosciuto nelle griglie di valutazione – si potevano solo contare gli anni passati nella pubblica amministrazione. I precari che conosco io sono fieri e orgogliosi di quello che loro hanno visto e fatto, loro e non il PI, lo vogliono sviluppare in proprio con le loro capacità, non cercano un protettore che li faccia pubblicare, hanno l’orgoglio di sé! Abbiamo voluto la loro stabilizzazione (e io non devo dimostrare nulla su questo terreno) perchè loro sono quelli con cui noi vediamo volentieri il ricambio, sono come noi vent’anni fa. Se Mocella ha davvero perso voti per aver detto che i giovani dovrebbero fare un periodo di formazione all’estero, se questo è vero, beh allora devo dire che un CNR chiuso, ottuso e nazionalista per me non ha davvero nessun senso.

      – Veniamo alla lezioncina sulla ricerca astratta vs. le persone: grazie Giuseppe ma no, non ne ho bisogno. La ricerca è la missione del CNR, ricordi? Senza ricerca, non ha senso tenere in piedi il CNR e non ha senso nessun personale, dall’usciere al più grande ricercatore. Quanto alle persone, è sacrosanto che dopo aver lavorato anni ed avere avuto contratti rinnovati e rinnovati ancora, in qualsiasi ruolo, siano assunte. Mai messo in discussione. Non sono stati i ricercatori anziani a ostacolare le stabilizzazioni, ma due semplici condizioni che qui vengono ignorate:
      – i) le limitate risorse; sono limitate, infatti per la Madia ne sono state messe di “straordinarie”. Viceversa, un ente di ricerca vivo e vitale dovrebbe costantemente avere disponibilità di fondi per il reclutamento, non ogni dieci anni su risorse “straordinarie”.
      – ii) la mancanza di visione strategica sul reclutamento, l’irregolarità dei concorsi. Prima della Madia, gli ultimi concorsi che in qualche modo tenevano conto del precariato furono i Mussi. Forse i giovani non hanno tempo di informarsi, ma vedrete che se chiedete a Fantini lui ve lo sa spiegare: furono concorsi svolti nel 2009-11, per circa 400 posti, poi diventarono circa 600 con gli scorrimenti, che valorizzavano un po’ il lavoro di ricerca passato. Poi nulla fino al 2018. Si può andare avanti con anni di deserto e poi grandi infornate? Se i governi per decenni non investono nel reclutamento in ricerca, è colpa dei ricercatori, che sono essi stessi fregati nelle loro legittime aspettative di progresso?
      – Abbiamo lottato in maniera inefficace nei 10 anni di mezzo? Si. Questo comprende evidentemente anche i sindacati, poichè non siamo riusciti mai a far capire non dico alla Gelmini, ma anche, ahimè, ai governi di segno opposto che sono succeduti, che occorre un reclutamento regolare e costante nella ricerca, non misure di emergenza. Giuseppe, se il tuo nemico sono i ricercatori, allora ti accontenti di poco, lasciatelo dire.

      Avete artatamente voluto costruire una contrapposizione falsa su temi su cui la contrapposizione non c’era e tu stai cercando di continuare a farlo.

      Veniamo invece alle differenze sostanziali, che ci sono eccome, e non sono le false accuse sui precari. Le differenze sono sul senso del CNR, sullo sviluppo delle ricerche, sulla realizzazione delle aspettative di successo scientifico e di realizzazione personale di giovani e vecchi, in qualsiasi ruolo.
      – Come pensi che gli ex-precari stabilizzati potranno lavorare? Quale vita lavorativa gli prospetti, se non puoi alimentare nessuna loro iniziativa o attività oltre a metterli come larve nel loro bozzolo davanti a un computer? Se non si mette al primo posto la lotta per trovare nei rivoli le risorse da destinare all’aggiornamento e avanzamento per gli amministrativi, ad attività innovativa per ricercatori e tecnici, alla possibilità per tutti di cimentarsi oltre i paletti dati?
      – Come vedi da domani il problema del reclutamento? Tu martelli sui precari che hanno lottato per la stabilizzazione; e fingi di non sapere che continua un’ingiustizia grave, fingi di non sapere che oltre agli appena stabilizzati, ce ne sono di nuovi dal giorno dopo. Non senti una palese ingiustizia, una discriminazione arbitraria tra chi era in servizio i giorni x e y rispetto a chi era in servizio al giorno z e magari prima faceva una ricerca in un ente prestigioso, dal quale possono riportare metodologie ed expertise, ma oltre le sacre frontiere? Ah no, se sono andati all’estero cavoli loro, dimenticavo.
      – Si può continuare a ignorare lo svilimento della ricerca che ha descritto benissimo Appomatox più in alto in questo sito, sul soffocamento burocratico, in parte imposto da leggi dello Stato ma in gran parte implementato da quella amministrazione centrale del CNR da cui Nicola pur sempre proviene? Mi auguro che il fatto che provenga da lì gli dia una chance in più per essere ascoltato senza diffidenza, se vorrà assumere queste richieste. Ma se non vorrà assumerle, se non le ritiene prioritarie, sarà sempre peggio. Diventeremo col tempo un’articolazione del ministero.
      – La ricerca è già in ginocchio, come pensi di rialzarla, regolamentando ancora? E se la ricerca è già in ginocchio e non la si può rialzare, allora che cavolo ci sta a fare il principale Ente di ricerca che costa comunque centinaia di milioni al paese, ai lavoratori, cosa ne pensi tu che sei sindacalizzato?

      Con queste premesse, è duro il compito che Fantini ha davanti. Ancora auguri, forza e coraggio ne ha bisogno. Chi non lo ha votato non lo ostacolerà. Cercherà caso mai di essere un pungolo se ci sarà la possibilità e se no pazienza, andrà su un proprio Aventino personale. Ma Nicola, guardati piuttosto dal fuoco amico!

  • #8144

    Vito Mocella
    Moderatore

    Caro Giuseppe, ti faccio una premessa io di voti ne ho presi tantissimi senza avere dietro organizzazioni sindacali e truppe cammellate di sorta e se avessi fatto alleanze con loro, per avere altri voti, sarei molto meno libero. Io spero che la tua naïveté nei loro confronti sia reale e legata alla, relativa, giovane età. Quando li vedi arrivare con i pizzini contenenti i nomi dei propri protetti, oppure a chiedere che i criteri dei concorsi c2 siano fatti in modo da assicurare l’ idoneità anche a chi ha ” zero pubblicazioni”, sviluppi una certa resistenza . Potrei anche fare buon viso a cattivo gioco – come mi sembra tu voglia suggerirmi – ma la mia dignità me lo impedisce. Ora cerco di dare qualche elemento sul CdA, in attesa che il presidente approvi l’istruttoria della commissione elettorale e che il ministro valuti l’alta qualificazione tecnico-scientifica nel campo della ricerca, richiesta dalla legge, credo che sia bene che ti risponda sulle attribuzioni del Consiglio. E’ vero che tutte le decisioni sono assunte “su proposta del Presidente” ma ti dirò di più che quelle proposte nel 95% dei casi provengono dall’Amministrazione che le istruisce e su cui un presidente che non conosce l’ente può farsi facilmente superare da quest’ultima. La proposta presidenziale però è in molti casi formale, quando le decisioni vengono prese 3 a 2 se il presidente aveva fatto parte dei 2 ovviamente poi fa propria la proposta della maggioranza per non lasciare apparire di essere in minoranza. Ho detto più volte che all’inizio del mandato Lagalla, ex rettore di Palermo molto apprezzato dai sindacati, mi aveva chiesto di fare maggioranza assieme ad un altro membro del CdA mettendo di fatto in minoranza il presidente. Sarebbe stato possibile e a quel punto, su proposta del presidente sarebbe diventato molto più pleonastico. Non ho accettato perché a me interessano le idee non il potere. E’ già accaduto, Maiani – non è un mistero – era in minoranza in CdA. Ti devo però contraddire quando dici che s tratta di pura amministrazione, l’amministrazione gestionale la fanno gli uffici che istruiscono le pratiche e che – in un mondo normale – dovrebbero farlo scevre da interessi ponendo solo la professionalità e la competenza tecnica di fronte alle scelte di indirizzo politico del CdA. Ma l’indirizzo politico e la scelta appartiene alla ricerca è come se tu mi dicessi che coordinare un progetto di ricerca è un aspetto gestionale che non richiede competenze specifiche e che può esser fatto senza aver fatto ricerca. Se la legge e lo Statuto prevedono alta qualificazione tecnico-scientifica nel campo della ricerca non è un caso né un errore. In verità non penso di aver detto che vi sia un obbligo per i post-doc di aver fatto un periodo all’estero in luoghi prestigiosi ma è chiaro che ritengo la cosa altamente formativa. Se ho perso voti di persone che pensano sia preferibile la fedeltà al gruppo di ricerca in cui sono nati, hanno fatto la tesi di laurea dottorato e post-doc, rispetto al formarsi conoscendo realtà diverse dalle nostre e auspicabilmente migliori, vale quanto sopra per i sindacati : ne vado fiero ! Conosco molto bene il Dlgs 218/2016 ma ti faccio notare che la stessa potestà di modificare Statuto e Regolamenti la avevamo già dal primo Statuto. Visto che lo citi ti ricordo che l’art. 2 comma 1 chiede di assicurare ai ricercatori e ai tecnologi .. la rappresentanza elettiva di ricercatori e tecnologi negli organi scientifici e di governo degli enti. Riflettici. Sai perfettamente, perché ne abbiamo discusso credo privatamente, che io sono convintamente per il riconoscimento dello stato giuridico di ricercatori e tecnologi mentre tu sei su un fronte opposto, vicino a quello sindacale che vede nel contratto una garanzia che io invece trovo debole rispetto a quella che potrebbe assicurarci lo stato giuridico. L’autogoverno, battaglia che tutti noi condividiamo, deve a mio avviso basarsi su questo pilastro mentre per te sarà diverso il punto di partenza. La possiamo fare comunque assieme ma ho un’altra profonda differenza dal tuo modo di vedere: io la tela con le istituzioni la costruisco in autonomia con esse altrimenti diventa uno scambio di favori. E di favori le istituzioni al CNR non smettono di chiederne visto che anche l’attuale ministro spinge -molto -per un’operazione priva di senso come quella della televisione scientifica – proposta fuori dal CdA senza che nessuno rivendichi nell’ente la paternità della proposta, su fondi FISR destinati a noi e invece indirizzati verso un soggetto pubblico privato (più privato che pubblico). Pensi che tessere la tela con le istituzioni significhi chiudere uno, forse due occhi su una tale richiesta delle stesse in cambio – forse – di un po’ di autonomia ? Mi spiace se è questo questo che intendi è un vecchissimo modo di fare politica e non c’entra l’età, meglio una persona come Umberto che ha qualche decennio più di te ma principi ancora molto solidi.

  • #8150

    giuseppe.mattioli@ism.cnr.it
    Partecipante

    Vedo che forse ero stato troppo ottimista, e che le ferite richiederanno più tempo per cominciare a guarire. Potrei farmene una ragione e lasciare perdere, ma siccome non desidero che le mie parole siano travisate, come in parte è successo, cercherò di chiarire meglio il mio pensiero. Per quanto disperata appaia l’impresa al netto della non esattamente ricettiva disposizione d’animo che Patrizia e Vito hanno molto chiaramente espresso. Io però non covo rancore o sfiducia. Ho fortemente inseguito e da un anno finalmente avuto, credo meritatamente, quel ruolo di ricercatore che esercito nei fatti da molto tempo e che ho inseguito per 10 anni, dovendo subire molte ingiustizie ed umiliazioni, e l’ho ottenuto senza dover chiedere nulla a nessuno e quindi mi sento assolutamente libero, sono sereno e cerco di continuare a dare il mio contributo per migliorare il luogo dove lavoro e la vita delle persone che ci lavorano, o che ci vorrebbero lavorare.

    Non accetto l’ironia sui compiti del CdA, il senso della mia precisazione era che vorrei un “parlamentino” come lo ha l’INFN con il suo Consiglio Direttivo, e mi spingerei a dire che si dovrebbe entrare in tale parlamentino per via elettiva, invece che per cooptazione. Credo cioè che una volta che le commissioni abbiano fatto il loro dovere e selezionato una terna per la Direzione d’Istituto, sia il personale scientifico dell’Istituto a doversi esprimere con un voto per eleggere il Direttore d’Istituto, che a sua volta dovrebbe far parte del Consiglio Direttivo con poteri di nomina (anche del Presidente). Invece il CdA è sì un organo di governo, ma si occupa principalmente di questioni che riguardano l’organizzazione del lavoro, la gestione delle infrastrutture, il bilancio. Facevo anche notare che un Consiglio Scientifico Generale, apparentemente organo statutario di una certa importanza, dovrebbe fornire quella consulenza scientifica al CdA che ne orienti le decisioni, quando esse attengono alle problematiche scientifiche. E ritenevo sommamente assurdo che in tale Consiglio Scientifico ci fosse un solo dipendente del CNR.

    Patrizia mi ricorda in modo sprezzante che la ricerca è la missione del CNR. Ma sono le persone che fanno ricerca, e le persone significano vite e legittime aspirazioni di posizione e carriera. E senza ricercatori non c’è ricerca. Ho detto tante volte che nel 2009, dopo i bandi “Mussi”, non c’erano quasi più precari al CNR, non più di quella fisiologica quota di post-doc che deve essere selezionata in base alla capacità delle persone, con una grande tensione etica da parte del personale strutturato. Sono arrivati in sequenza prima Gelmini&Tremonti e poi la crisi economica, e doveva essere stretto un patto intergenerazionale che adesso voi mettete in dubbio: la selezione per merito doveva continuare, ma per non perdere i migliori, dopo che erano stati scelti, dovevano essere garantite loro posizioni contrattuali fino all’assunzione; gli altri dovevano essere mandati via a cercare una posizione sociale altrove. Invece le cose non sono andate bene, il tempo di attesa si è rivelato più lungo del previsto, e molti se ne sono andati. Però molti, comunque validi ricercatori sono stati tenuti a lavorare al CNR per molti anni, non sono stati invitati a cercare lavoro altrove. Se esiste un’etica della responsabilità, allora questi colleghi devono essere immessi in ruolo fino all’ultimo, anche a scapito di utilizzazioni diverse, magari anche più produttive, dei fondi. E trovo francamente disturbante l’invettiva sul PI, che non si dovrebbe preoccupare della maturazione curriculare delle persone che assume e tiene in servizio per tre anni o più senza pubblicazioni, con un contratto come l’assegno di ricerca privo di molti dei più elementari diritti dei lavoratori e che notoriamente è una trappola anche sul piano contributivo, per chi ha già un handicap contributivo di 8 anni per la laurea ed il dottorato di ricerca.

    Invece registro un disaccordo di fondo sulla modalità di assunzione del personale scientifico dell’ente, che accetto nella misura in cui tale disaccordo possa essere costruttivamente utilizzato per sperimentare diverse filosofie di reclutamento, andando a vedere a posteriori i risultati che si sono ottenuti. Siccome non soffro di complessi di inferiorità, credo che moltissime realtà del CNR siano in grado di formare ricercatori di elevatissima qualificazione, in grado di competere a testa alta sulla scena mondiale. E che il problema sia invece lo scarso finanziamento delle attività di ricerca, per le quali non si dovrebbe porre il problema della scelta essere finanziate a scapito della valorizzazione e della ulteriore crescita numerica del personale. Anzi, siamo pure troppo pochi per tutto quello che dovremmo fare! Quindi credo seriamente che dovremmo essere orgogliosi di prendere giovani laureati e dottori di ricerca e di immetterli in una filiera di lavoro di ricerca in cui i migliori, da noi selezionati, siano avviati a concorsi riservati o procedure di tenure track che alla fine li immettano in ruolo stabile, a tutto vantaggio del CNR. E vorrei anche avere i finanziamenti per dare a tutti loro (ed anche a me) le giuste possibilità di sviluppo professionale. Che poi ci siano gli strumenti finanziari per assicurare ai ricercatori la mobilità temporanea tra le istituzioni di ricerca è chiaramente un fatto positivo. Che accanto a ciò sia necessario prevedere l’immissione continua di ricercatori formati altrove è non solo previsto dalla legge ma anche ovvio! L’importante è che tutta la filiera del pre-ruolo sia riformata per consentire ai giovani di scegliere consapevolmente e senza abusi la strada da intraprendere. E che non gli succeda quello che è successo a me, che dopo 7 anni senza bandi di concorso mi sono trovato nel 2016 ad affrontare un concorso per area strategica in cui i membri della commissione hanno fatto assumere senza battere ciglio i loro collaboratori, in barba al merito. Questo tradimento costituzionale è peggio o e meglio di un ente che si sceglie i suoi dipendenti attraverso un processo continuo e trasparente di selezione e valutazione, con i Consigli di Istituto che magari vengono chiamati a valutare i post-doc ed indirizzarli verso procedure di immissione in ruolo?

    Nell’insistenza sulla missione della ricerca vedo molte cose date per scontate e un briciolo di mancanza di responsabilità, come se la ricerca non dovesse essere finanziata con i soldi pubblici, di base, applicata, industriale che sia, perché produce ricadute immateriali o misurabili sul prestigio, sul potere o sulla performance economica del paese che la finanzia. Io credo di essere dolorosamente consapevole della responsabilità associata ai 50000 euro all’anno che i cittadini spendono per pagarmi lo stipendio, e non vedo intorno a me esattamente la stessa preoccupazione, per cui ho l’impressione di assistere a contrapposizioni fortemente autoreferenziali. L’autogoverno, o la definizione di uno status giuridico del ricercatore, che come mi è stato ricordato trovo pericolosa, come si integrano nella missione civile di noi ricercatori come dipendenti pubblici? Come si conciliano con il nostro far parte di un ente governativo con obiettivi che a norma di legge sono indicati dal Programma Nazionale della Ricerca? Sarei molto felice di discutere a fondo e senza pregiudizi di questo. Invece nessuno mi risponde mai quando dico che vorrei che il mio lavoro e quello dei miei colleghi fossero valutati costantemente, con parametri chiari, noti a tutti e stabili nel tempo. Perché purtroppo la mia amarissima constatazione è che nel corso degli anni siano stati tenuti in servizio colleghi pressoché improduttivi e molto costosi, facendo perdere a chi languiva nel precariato senza speranza tutta quella voglia di fare il ricercatore che in qualche modo, miracolosamente, io sono riuscito a non perdere. E non devo dimostrare a nessuno i principi che mi fanno agire; riesco almeno a non perdere la pazienza anche a 45 anni.

    • #8153

      Patrizia Lavia
      Moderatore

      Caro Giuseppe, in risposta al tuo mail del 3 Nov: grazie per le tue precisazioni. In realtà le tue posizioni erano abbastanza chiare anche prima. Ti invito a convenire che si può non condividerle senza che ciò implichi “ferite” o appannamenti dovuti alla non rielezione di Mocella.

      Rispetto a quanto hai aggiunto: d’accordo sull’elezione diretta del direttore di Istituto; io sarei per l’elezione diretta di tutte le cariche; all’Università persino i rettori sono eletti su un programma.

      Per il resto il grosso del discorso riguarda precariato e reclutamento. Chiariamolo una volta per tutte così non ci torniamo più.

      Io penso che nessuna forma di lavoro possa essere precarizzata oltre un certo numeri di anni. In questo senso la stabilizzazione straordinaria è stata necessaria. E’ però nociva alle origini, perchè nasce come risposta estrema ad una emergenza accumulata negli anni, che non deve ripetersi. Dunque vanno studiati meccanismi di reclutamento regolare. Qui il rapporto del CNR con la politica è terribilmente debole da molti anni (direi da Ruberti).

      Per i ricercatori: credo che la tua visione sia sbagliata perchè attribuisce immenso potere al PI. Aumenterebbe i rapporti di soggezione e le gerarchie tra ricercatore giovane e il suo mentore. Restringerebbe all’interno del singolo gruppo decisioni cruciali sulla crescita di altri individui, restringendo l’ambito di libertà e le facoltà critiche di questi ultimi; in altre parole, sarebbe il fallimento del percorso iniziale di ricerca. Inoltre, escluderebbe o sfavorirebbe quelli che non hanno percorsi di fidelizzazione ad un gruppo e che non crescono come “giovani di bottega”, cioè i più indipendenti, quelli con più mobilità e iniziativa, capaci di portare novità e diversificazione alle ricerche. Pensa che nelle borse Europee una quota del punteggio di valutazione è riservato proprio alla mobilità. Pertanto sono in disaccordo con quanto prospetti, non con te come persona.

      C’è poi il problema del precariato tra gli amministrativi, che ha costituito una parte rilevante di PU. E’ chiaro che alla necessità di informatizzazione, tecnologie ICT ed internazionalizzazione dell’amministrazione ha corrisposto il fatto che una certa generazione si è trovata spiazzata. C’è stato bisogno di immettere persone giovani con competenze e qualificazioni adatte. Sappiamo che alcuni precari erano la figura di riferimento del loro ufficio e se avevi bisogno di una cosa chiamavi loro. Queste figure avrebbero dovuto essere assunte immediatamente dopo 6 mesi di prova, quando era chiaro che erano non solo adatti ma indispensabili.

      Conosciamo però anche una serie di figure, sia TI che TD, che non si capisce quali mansioni abbiano; se hanno una mansione come la svolgano; cosa giustifica la loro numerosità. E’ un problema che rimanda a meccanismi clientelari di assunzione in origine, una delle piaghe del paese e non solo del CNR. Ci sono invece amministrativi che rispondono immediatamente, anche fuori orario, dal cellulare da casa, con la risposta chiara e completa.

      Ora, l’efficienza di servizi fondamentali non può essere in capo solo alla buona disposizione e intelligenza personale dei singoli. Ci deve essere un minimo standard di professionalità per tutti. I precari amministrativi neo-immessi presentano la stessa variegazione della generazione che li ha preceduti tra persone massimamente responsive, competenti e attive, ed altri di cui non si capisce il ruolo, però il vostro slogan è “tutti nessuno escluso”. Allora adesso dovrei aspettarmi che non ci siano più uffici che non rispondono mai, o che rispondono dopo due mesi quando ormai è inutile. Fantini, che conosce bene cose e persone, forse qui potrebbe introdurre qualche meccanismo di efficienza, altrimenti andiamo verso la ministerializzazione del CNR. Chissà se potrà o vorrà farlo. Ci potrebbero essere conflitti anche seri, chissà se vorrà viverli.

      Una volta messe in chiaro queste diverse e legittime visioni, si deve però passare a discutere della ricerca che – mi dispiace tu la prenda male – è lo scopo del CNR e la causa degli oltre 600 milioni di spesa pubblica che vanno nei nostri stipendi. Su questo richiamo sono d’accordo con te. Non puoi rendere il senso della ricerca secondario alle persone. Vedo che ti ha risposto bene Dario e quindi non ripeto.

      Lasciami concludere con un altro bel passaggio di Augias.
      “Se la perturbazione [la crisi] diventerà una condizione stabile ci adatteremo alla nuova normalità, i più giovani a poco a poco perderanno la coscienza che le cose potrebbero essere migliori, i più avvertiti cercheranno lavoro e prospettive altrove (come si va già facendo). Quelli che restano vivranno in un paese meno vitale senza nemmeno essere troppo consapevoli di tutto ciò che avrebbe potuto essere e non è stato”.

      Mi sembra quanto mai adatto ai nostri problemi. Cerchiamo quindi di guardare oltre la crisi del nostro microcosmo e di capire che non possiamo esistere per essere una sommatoria di posti di lavoro, ma per fare una ricerca che abbia un peso e un senso.

      • #8155

        giuseppe.mattioli@ism.cnr.it
        Partecipante

        Patrizia, vedi che basta veramente poco per cominciare a parlare una lingua comune? Siamo tutti ricercatori e tutti vogliamo far ricerca nel migliore dei modi. Una volta superata l’emergenza occupazionale ereditata dal passato siamo tutti d’accordo sul fatto che ci vogliano più soldi per le infrastrutture di ricerca, più soldi per i progetti di ricerca, un’iniezione costante di nuove forze nell’università (lì i guasti del precariato sono veramente grossi…) e negli enti di ricerca, con procedure migliori, ed una maggiore partecipazione dei ricercatori agli organismi direttivi degli enti di ricerca. Hai sollevato anche il problema importantissimo del reclutamento del personale di sostegno alla ricerca, tecnici ed amministrativi. Glisso sul “tutti o nessuno”, perché è inutile discutere ancora, vista la legge e viste le circolari applicative che il ministero della PA ha emanato. Semplicemente non c’erano alternative, e te lo dice uno che lavora a Montelibretti e che ha sempre combattuto le pratiche clientelari finite su Repubblica con nomi e cognomi. Poi trovo poca differenza tra l’assunzione clientelare di un collaboratore di amministrazione e l’assunzione baronale di un ricercatore a dispetto del curriculum, quindi chi è senza peccato…

  • #8151

    Diego Breviario
    Partecipante

    A Giuseppe : Cit. E senza ricercatori non c’è ricerca. NO, è il contrario : senza ricerca non ci sono ricercatori.
    Non può esserci un ruolo se non esiste la funzione/il compito da svolgere. La funzione/il compito vanno poi definiti e su quella prepari i diversi ruoli. In una filiera della conoscenza che vuole andare dal DNA alla trasformazione cellulare (funzione obiettivo) devi cercare i migliori genetisti, biologi, biochimici etc. Se vuoi sviluppare IA, hai bisogno di programmatori. In un filiera di produzione agricola (funzione obiettivo) devi selezionare i migliori agronomi, coltivatori, selezionatori etc. In una filiera della ricerca devi selezionare i ricercatori a seconda di quel che vuoi fare : ricerca originale, ricerca incrementale, ricerca applicativa , ricerca di base, seed research …. E la domanda è proprio questa : il CNR di tutti, efficace slogan propagandistico, quale ricerca vuol fare ? E’ di tutti per fare cosa? Disquisire sui compiti del CdA non aiuta se non si ricorda prima la funzione obiettivo, quella definita nei primi tre articoli dello statuto. Al terzo trovi 17 obiettivi, tutti relativi ad attività di ricerca, indagine, innovazione. E’ chiaro che la polarizzazione emersa dalla recente consultazione e che tu non vuoi riconoscere, emerge anche in questi confronti e ripropone il dilemma originale espresso da Patrizia. Se è la ricerca, e non i ricercatori, la funzione obiettivo, non è difficile interpretare tutti gli altri tuoi passaggi, dal reclutamento, alle progressioni, al ruolo che dovrebbe o non dovrebbe avere un sindacato che vuole occuparsi di ricerca e non di pubblica ammnistrazione.
    Qui mi fermo. Avrei molto altro da dire ma sento di dover fare da contrappeso agli ultimi interventi decisamente lunghi. Un sola cortesia ti chiederei Giuseppe, riconoscendo la tua disposizione alla dialettica rispetto ad altre forme incivili e sterili di pseudo-confronto. Quando parli di te, dei precari, dei concorsi con esito già definito, delle umiliazioni che hai/avete dovuto sostenere, non pensare di avere l’esclusiva. Molti di coloro con i quali ti confronti hanno ferite uguali se non più profonde, es. concrete estorsioni di denaro da parte di chi ci avrebbe dovuto proteggere con la promessa di rettificare le ingiustizie subite piuttosto che denunciare con noi le angherie e le intimidazioni mosseci dai potenti, dagli intoccabili e dai loro servizievoli gregari.
    Saluti.
    Diego Breviario

  • #8154

    giuseppe.mattioli@ism.cnr.it
    Partecipante

    Diego posso parlare solo per me e non per una intera mozione o per Nicola Fantini che ora avrà (spero che il Presidente ed il Ministro non ascoltino le sirene fatte risuonare da Vito) la responsabilità di portare in CdA ciò che ha promesso. Intanto grazie per la risposta civile. Anche io vorrei dire molte altre cose ma ne dico solo una breve.
    Credo che nella libertà nostra di fare ricerca come crediamo, gli obiettivi, con gli sperabilmente adeguati finanziamenti connessi, li debbano decidere le istituzioni nazionali, Parlamento e Governo, e quelle dell’UE, in rappresentanza e a tutela degli interessi dei cittadini. Il CNR è un ente governativo, e la sua missione dovrebbe essere quella di trovare il modo migliore per raggiungere tali obiettivi. E’ freschissima la bozza della legge di bilancio con l’art. 28 che contiene le norme per l’istituzione di un’agenzia nazionale della ricerca che sovrintenda agli obiettivi del PNR e finanzi i relativi progetti. In quest’ottica il nostro compito come formatori di ricercatori dovrebbe essere quello di stabilire procedure eque per la selezione ed il reclutamento dei ricercatori, rispettose del dovere di essere pronti a rispondere a tali sollecitazioni istituzionali senza pregiudicare la vita e la dignità dei giovani che intraprendono tale percorso. Per le ingiustizie non rivendico esclusive: faccio solo parte dell’ultima generazione passata attraverso le forche caudine del precariato, anche se fammi dire che i racconti dei concorsi del 2000-2001 con meno posti che candidati, confrontati con gli ultimi concorsi con rapporto 100:1, descrivono una transizione paleontologica del reclutamento in meno di vent’anni. Però questo non è un buon motivo per non voler cercare di migliorare le modalità del reclutamento per evitare di ricadere nei vecchi errori.
    L’ho detto e lo ripeto: grazie a te ed a Carlo per aver creato una piattaforma di discussione preziosa come Comancio, e per aver contribuito alle discussioni sempre all’insegna della civiltà.
    Un caro saluto
    Giuseppe Mattioli

  • #8159

    Diego Breviario
    Partecipante

    Questo sito mi perdonerà il doppio intervento odierno, ma sono rimasto orfano del mio . Non è un problema, perché un libero pensatore non ha casa. Volevo semplicemente condividere alcune riflessioni sul recente esito elettorale e sulle sue conseguenze
    1. La strategia vincente del CNR DI TUTTI. La comunità che si riconosce nello sconfitto sembra non capacitarsene ma bisogna ammettere che la bestia (rif. al noto team informatico che organizza la propaganda del noto politico) che ha lavorato per il Collega vincitore è stata eccellente. Lo slogan ha fatto pensare che lui solo aveva una concezione unitaria del CNR, e non di classe, e così mentre l’avversario insisteva in attacchi tanto frontali quanto urticanti ma poco incisivi, gli altri se lo sono cucinato ben bene con la raffinata arte di un organizzato, tenace, riservato, concertato e operoso assedio.
    2. L’episodio del Giornale: la buccia di banana sulla quale, secondo alcuni, sarebbe caduta la mia neutralità. Accecati dallo spirito di parte, molti colleghi non si sono accorti, MEGLIO NON HANNO VOLUTO RICONOSCERE A QUELL’ARTICOLO LA SUA PERICOLOSITÀ PER LA COMUNITÀ SCIENTIFICA, laddove, per colpire il rappresentante di tutti (willy nilly) diffondeva l’immagine di una scienza immorale, percorsa da faide interne e interessi personali talmente odiosi da impedire ricerche per il benessere umano sull’epatite e la malaria (sich!). Una narrazione ignobile che colpisce il valore della scienza, in un mondo di ciarlatani, in modo non dissimile dall’accusa mossa ai ricercatori di aver diffuso la xylella fastidiosa, come gli untori. GRAVISSIMO CHE QUELL’ARTICOLO NON ABBIA SUSCITATO UN GENERALE SDEGNO DA PARTE DI TUTTI guelfi, ghibellini e loro sostenitori e si sia invece prestato a distinguo, ardite equivalenze e domande almeno inopportune.
    3. Neutralità del sito Comancio ed effetti sulle elezioni. Qui rispondo all’amico Umberto, che non riesco a condannare perché lui ha sì il grave difetto di usare un linguaggio spesso aggressivo e a volte insolente, ma al contrario di altri che distorcono i fatti per fare del male, ha il pregio della verità, salvo smentite. Lui è quel che si vede (sum sed quid sum). Seguita la mia ispirazione originale, mi sono illuso e ho lavorato per un luogo di confronto neutrale, convinto com’ero che sarebbe servito a far competere i candidati per le loro idee, i programmi, le volontà espresse, le loro esperienze e credibilità pregresse, non l’appartenenza aprioristica ad una fazione, ad una categoria professionale, a gruppi di influenza. Volevo una scelta ragionata, sublime, e non condizionata dalla faziosità, dal dileggio e dalla disinformazione. PER FARLO DOVEVO RISULTARE CREDIBILE A TUTTI E FINO ALLA FINE. Ho fallito, non già perché sono stato attaccato a destra e a manca, con la scusa del pezzo sul Giornale o perché non ho firmato un’adesione, ma perché il voto è risultato il più polarizzato possibile. In quanto poi all’eventuale influenza che avrei potuto avere sull’esito del voto, sarebbe stata nulla, e senza esercizio di modestia. Basti ricordare l’esito della mia recente candidatura al CSD.
    4. Polarizzazione del voto. Sono stato attaccato per averlo rilevato ma, ahimè, senza dati alla mano dagli stessi che, sempre senza dati alla mano, hanno escluso per certo che l’articolo del Giornale avesse spostato elettori. Io accetto la loro chiave di lettura, perché loro non la mia? Eppure non è campata in aria, perché da che mondo è mondo in politica, perché l’elezione di un rappresentante è un atto politico, il metodo migliore è quello di blandire più persone e categorie possibili. E’ evidenza di tutti i giorni nel nostro Paese. PERCHÉ UN T/A DOVREBBE VOTARE CONTRO L’IDEA EGUALITARIA DI ESSERE PARTE DELL’ELETTORATO PASSIVO?
    5. I Giovani (relativi). Chi auspica il cambiamento di una situazione da decenni complessivamente negativa, non può togliersi la speranza che siano i nuovi giovani (perché altri ce ne sono stati nei nostri recenti 30 anni) a produrlo. Generalmente ciò traspare, si rende evidente con interventi, con analisi, con valutazioni, per di più sollecitate da scritti di altri o dalle domande fatte ai candidati, tutte di contenuto e programma, ma o li ho persi, e allora chiedo venia, o non li ho recuperati, e ALLORA MI CHIEDO PERCHÉ ? Perché oltre alla battaglia condotta e sempre richiamata sul riassorbimento, temporalmente definito, della loro condizione di precari, si sono spesi poco, se lo han fatto, su tutte altre numerose lacune del NOSTRO comune sistema di ricerca. Bisogna solo aspettare ?
    6. Cosa si può fare ora. Per me niente se il CNR di tutti non riporta in primo piano il nostro compito che è quello di fare ricerca al meglio delle nostre possibilità e nel migliore dei modi, compatibilmente a fondi e strutture.Niente se si alimenta un antagonismo concettuale tra ricercatore/personale e ricerca/funzione. Dai pochi segnali che raccolgo, per i motivi appena detti, mi sembra però di notare che la nuova tendenza sia quella di muoversi, e con una certa confidenza, sul terreno della politica. Molti sono i riferimenti a Ministri, e ai loro fiduciari, per ottenere finanziamenti adeguati a sostenere un nuovo CNR, a forte impronta Statale. Verrebbe meno, certo non sarebbe proibita, la necessità, la sfida, di recuperare soldi attraverso progetti esterni, ma a che pro. Non so se funzionerà ma lasciatemi sottolineare sulla base del mio credo, delle mie letture, della storia della scienza e di quello che ho visto accadere, che una ricerca eccessivamente legata allo Stato rischia di non essere libera e i meccanismi di erogazione dei fondi non trasparenti.
    7. Un ultima sottolineatura sui due candidati finalisti. Ha vinto Fantini. W Fantini, ma credo che a dispetto del suo slogan azzeccatissimo, debba lavorare molto per cercare di non essere il rappresentane di una sola metà. A Mocella non solo va il mio ringraziamento per tutto quello che ha fatto, e secondo me piuttosto bene, ma la mia vicinanza, ora che è solo per le vicende giudiziarie che dovrà affrontare e nelle quali è finito non certamente per interesse suo ma per quello di una comunità che ha rappresentato per 4 anni e che si è sentito in quel modo di dover difendere. Mi direte che sono parziale? No, ho conosciuto troppe volte come ci si sente quando si è lasciati soli dopo essersi spesi per gli altri.
    Saluti.
    DB

    • #8160

      Vito Mocella
      Moderatore

      Caro Diego, tu puoi scrivere qui più e più volte al giorno perché questo sito è sempre stato aperto a TUTTI (così riprendo lo slogan di cui sopra) e quando dico tutti dico proprio tutti, nel limite chiaramente della diffamazione e delle offese gratuite.
      Rispondo al tuo ultimo punto di cui ti ringrazio. Voglio però rassicurarti che, al momento e a mia conoscenza, le vicende giudiziarie che mi riguardano sono sono 3 e in tutte io sono parte offesa.
      Una mia querela al Giornale, che integrerò a breve con l’ultimo pezzo.
      Una udienza che si terrà a breve per decidere sul rinvio a giudizio su una vicenda che ho denunciato (ve ne racconterò se viene accordato il rinvio) e su cui sono sempre parte offesa ed una denuncia da me presentata pochi giorni fa. Certo, leggere posizioni di equidistanza fra me e l’ex DG in base ad un preteso garantismo, non è un bel segno ma è un segno dei tempi.
      Comunque non credo ci sia null’altro ore alle 3 procedure di cui sopra, ma nel caso vi renderò partecipi della cosa e tu, Diego, sarai il primo a saperlo. Non sono e non mi sento solo !

      C’è invece una cosa che leggo nell’intervento di Mattioli che trovo molto ma molto preoccupante. Cito : “Credo che nella libertà nostra di fare ricerca come crediamo, gli obiettivi, .. li debbano decidere le istituzioni nazionali.. . Il CNR è un ente governativo, e la sua missione dovrebbe essere quella di trovare il modo migliore per raggiungere tali obiettivi”. In poche righe si butta via l’articolo 33 della nostra costituzione e la natura non strumentale del CNR da Ruberti in poi.
      Giuseppeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee
      C’è bisogno di una ripassata dei fondamentali, dopo aver letto che è meglio che i nostri post-doc evitino di andare a fare un periodo di formazione all’estero, questa non si può leggere ! (è una forma retorica non voglio assolutamente limitare la tua libertà di espressione, sia chiaro)

  • #8163

    Sabino Maggi
    Amministratore del forum

    Credo che nella libertà nostra di fare ricerca come crediamo, gli obiettivi, […] li debbano decidere le istituzioni nazionali, Parlamento e Governo, e quelle dell’UE, in rappresentanza e a tutela degli interessi dei cittadini. Il CNR è un ente governativo, e la sua missione dovrebbe essere quella di trovare il modo migliore per raggiungere tali obiettivi.

    Tutti sull’attenti a fare quello che il Di Maio o il Salvini di turno ci dicono di fare. Questo è il nuovo che avanza.

  • #8164

    Patrizia Lavia
    Moderatore

    Epitaffio: anch’io molto colpita dalla concezione di Giuseppe secondo cui gli obiettivi della ricerca dovrebbero essere decisi da Governo e Parlamento, e la missione del CNR, in quanto ente governativo, dovrebbe ridursi a “trovare il modo migliore per raggiungere tali obiettivi”.

    Non credo però che intenda letteralmente questo, sarebbe anticostituzionale e contrario allo Statuto stesso del CNR. Non credo neanche che la grande maggioranza dei ricercatori di qualsiasi generazione condivida questa visione.

    Qualche mese fa, vennero al CNR Conte e Bussetti in una cerimonia. Bussetti disse letteralmente: andate dall’industria e fatevi dire di che hanno bisogno. Questa fu l’indicazione del governo. Poi parlò Conte, che a me veramente non pare un granchè, tuttavia sembrò Popper rispetto a Bussetti. Un CNR diretto dal Governo fa venire i brividi. Altro è pretendere che lo Stato investa adeguatamente in ricerca per dare un senso a tutta la baracca (altrimenti meglio chiudere, o diventare un’agenzia di servizi), altro è pensare che Governo e Parlamento debbano dare gli obiettivi con il corollario che la ricerca di conoscenza non serva.

    Mi spaventa lo smarrimento che vedo:
    – in un CdA fatto da 4 componenti nominati dal governo, il personale CNR, fatto pur sempre in maggioranza da ricercatori, indica, come suo unico componente, un non ricercatore;
    – da tante parti, anche il piccolo campione che questo sito può raccogliere, si capisce che gli ex-precari stabilizzati, sia nel ruolo di ricerca che nell’amministrazione, vedono i ricercatori che erano ricercatori prima di loro come loro controparte, più dello stesso governo;
    – tuttavia i ricercatori che lo sono da tempo hanno dimostrato davvero poco interesse. A parte le 255 schede bianche, che un’indicazione l’hanno voluta dare, credo che il 40% rimasto indifferente sia in larga parte fatto da ricercatori stabili;
    – il sindacato ha perseguito secondo me una grave confusione di ruoli che finisce con l’asfissiare la fisiologia del sistema: scegliere il proprio interlocutore nell’organo di governo con cui dovrebbe confrontarsi.

    Questi modi di sentire, anche meritevoli di rispetto perchè legati a un’incertezza troppo a lungo protratta, sono cavalcati e accompagnati da semplificazioni e slogan che rischiano di affossare in modo finale lo scopo stesso del CNR. Non mi stupirei se nel giro di 3-5 anni si diventasse un’agenzia di servizi, come è stato per ENEA. Dove non erano riusciti del tutto i governi tagliando le risorse stiamo riuscendo noi stessi.

  • #8165

    giuseppe.mattioli@ism.cnr.it
    Partecipante

    Distinguiamo le due cose:
    1) La libertà del ricercatore è costituzionalmente tutelata. Non ho mai messo in dubbio questo fatto e, anzi, lo ho messo a premessa del discorso.
    2) Sono i rappresentanti dei cittadini a scegliere come devono essere impiegati i soldi pubblici, ed anche questo è un fatto con cui bisogna confrontarsi senza considerarsi al di sopra della legge. Sta quindi nella loro responsabilità indicare gli obiettivi, con le modalità previste dalle norme, che devono essere raggiunti

    Questo è scritto sul sito del MIUR in relazione al Programma Nazionale della Ricerca:

    https://www.miur.gov.it/programma-nazionale-della-ricerca

    Il Programma nazionale per la ricerca è il documento che orienta la politica di ricerca in Italia.

    Esso individua priorità, obiettivi e azioni volte a sostenere la coerenza, l’efficienza e l’efficacia del sistema nazionale della ricerca e contiene linee di indirizzo a livello nazionale. In tal modo

    garantisce coerenza alle attività di ricerca

    evita ridondanze e sprechi causati da una progettazione non coordinata

    fornisce un piano temporale, finanziario e progettuale, a tutti gli attori pubblici

    evita la dispersione di risorse in troppe direzioni e le concentra invece nelle aree di maggiore interesse, pur garantendo il necessario supporto alla ricerca di base, libera e imprescindibile.

    In questo senso gli enti di ricerca devono ovviamente essere attrezzati per intercettare quei finanziamenti che le istituzioni destinano a specifici obiettivi di interesse pubblico. In quanto al reclutamento, Vito mi ha frainteso; succede spesso e sarà colpa mia. Il 50% delle risorse assunzionali deve essere per legge destinato a concorsi aperti a tutti, e io dico solo che il CNR dovrebbe riservarsi di nominare commissioni di selezione composte dai propri ricercatori e da un solo membro esterno, per verificare che la qualificazione dei candidati sia compatibile con le attività dell’ente (ogni riferimento ai noti esercizi di elettronica nelle prove scritte è puramente voluto). Invece per il restante 50% rivendico la facoltà, anche essa prevista per legge, di valorizzare la professionalità presente all’interno dell’ente, assumendo la parte migliore delle persone che sono state formate con procedure riservate.

    • #8167

      Patrizia Lavia
      Moderatore

      Giuseppe, sei d’accordo con me che la ricerca di conoscenza è un valore per i cittadini anche se non esplicitamente indicata tra i settori PNR, ma sottintesa alla base di tutti i 12 settori PNR?

      Sei d’accordo che qualunque scoperta di reale impatto anche applicativo richieda e discenda dalla ricerca di conoscenza?

      Altrimenti si diventa una agenzia di servizi come l’ENEA, e in parte come l’Istituto Superiore di Sanità. In entrambi ci sono bravissimi colleghi, ma la ridefinizione puramente economicista dei due Enti li ha resi appunto agenzia di servizio. Temo che con l’adesione pancia a terra agli obiettivi PNR anche il CNR si avvii a diventare questo. Occorre una riflessione lucida, e me la aspetterei soprattutto dai giovani ricercatori che ad inizio di carriera non dovrebbero darsi limiti intellettuali e di conoscenza, ma tuttavia sperimentano la contraddizione di non trovare finanziamenti per farlo. Se non c’è consapevolezza di questa contraddizione il destino è l’agenzia. E se il destino è l’agenzia, non occorrono neanche 8 mila dipendenti. Se il discorso deve essere di razionalizzazione economica deve esserlo fino in fondo.
      Io credo invece che la scienza abbia ancora un ruolo come il resto del mondo sviluppato ed emergente sta dimostrando, ma temo, dai quanto leggo e sento dire, che il CNR stia perdendo gli ultimi treni, e non solo per le scarse risorse investite.

  • #8168

    giuseppe.mattioli@ism.cnr.it
    Partecipante

    Patrizia io posso dichiararmi d’accordo con te sui due principi generali che hai enunciato, forse più sul primo che sul secondo, su cui ho qualche riserva. Voglio a questo proposito ricordare quello che forse è stato il primo grande progetto di ricerca finanziato dal governo della storia dell’occidente: la misura della circonferenza terrestre da parte di Eratostene di Cirene, “Presidente” del più importante Ente di Ricerca dell’epoca, la Biblioteca di Alessandria. Molti studenti si immaginano, a causa del resoconto di Cleomede, la scena romantica della misura dell’ombra ad Assuan ed Alessandria e di un puro lavoro di intelletto da parte di una sola persona. Lucio Russo nel bel libro “La rivoluzione dimenticata” (ma un riassunto si trova anche su wikipedia alla pagina di Eratostene) racconta una realtà molto diversa, in cui all’intuizione segue un lunghissimo lavoro di agrimensura da parte dei funzionari regi della dinastia Tolemaica, con un lavoro fatto seguendo protointuizioni sull’errore statistico di misura, per la misura della distanza tra le due città. Il tutto finanziato dal “Governo” con l’obiettivo primario di sviluppare proprio le tecniche specifiche per fini di imposizione fiscale.
    Le due cose non possono e non dovrebbero essere disgiunte, a mio modo di vedere, e devono avere pari dignità nel nostro lavoro. Lo dice benissimo l’ultima frase sugli obiettivi del PNR che citavo prima:

    evita la dispersione di risorse in troppe direzioni e le concentra invece nelle aree di maggiore interesse, pur garantendo il necessario supporto alla ricerca di base, libera e imprescindibile.

    Se ci impicchiamo ai principi e decidiamo che si può scegliere o solo la ricerca di base totalmente libera oppure solo il ruolo di agenzia della ricerca, allora ci stiamo dichiarando sconfitti in partenza nella sfida della complessità del mestiere del ricercatore e del ruolo della ricerca nel XXI secolo.

    • #8169

      Patrizia Lavia
      Moderatore

      Mi pare un paragone un pò azzardato, la biblioteca di Alessandria.

      Non sono una grande frequentatrice di Wikipedia ma un vecchio libro lo consiglio: La struttura delle rivoluzioni scientifiche di Kuhn. Si vedrà che gli achievments scientifici raramente sono stati definiti da obiettivi dello stato o del parastato.

      Venendo ad aspetti più attuali, non vorrei essere impietosa, ma ci sono alcuni dati storici.
      – In questo paese, la ridefinizione degli scopi del CNR, con l’attacco alla sua capacità di ricerca come punto di programma del governo, è iniziata nei primi anni’2000 con la Moratti che ebbe il merito di essere sincera fino alla brutalità, definendo il CNR un inutile carrozzone statale e proponendo una riforma radicale, anche semantica, che abolì il concetto di progetti di ricerca e li chiamò “commesse”.

      – L’apoteosi si è raggiunta con Gelmini, la quale, per meglio realizzare economie sull’inutile carrozzone, decise di tagliare il fondo di funzionamento ordinario del 7%, dirottandolo su progetti sedicenti premiali, senza naturalmente assegnare risorse aggiuntive. Questo non poteva che rappresentare un falso meccanismo per recuperare quel 7% che rimaneva indispensabile per la vita degli Istituti. Noi colpevolmente abbiamo accettato il meccanismo, pensando di recuperare i fondi premiali giocando al giochino, scrivendo progettini bellini, poi ritirando il “premio” con cui si pagavano le bollette.

      Dopo quasi vent’anni, il concetto di dirigismo governativo ha attecchito, combinandosi però con un concetto apparentemente antagonista (ma forse non troppo): il diritto alla stabilizzazione. Lo strano connubio ora fa sì che su quel carrozzone ci siano voluti salire in tanti: quasi 2000 persone, le quali però sono disponibili a lavorare su obiettivi stabiliti dal nostro lungimirante governo – non proprio la biblioteca di Alessandria. Il cerchio si chiude con un ibrido (chimera / mostro) culturale: il CNR come stipendificio, al quale i nuovi ricercatori non chiedono però di poter realizzare obiettivi propri. Non è nè la ricetta liberista e razionalizzatrice alla Moratti, che dice lo stipendio fisso non ve lo garantisco (perchè quella garanzia la si pretende e come) ma neppure una visione scientifica della ricerca come libera espressione della ricerca di conoscenza. E’ una visione ministeriale.

      Ha ragione Augias (“Questa nostra Italia”, 2017): se la crisi si struttura e diventa permanente, le nuove generazioni pensano sia la normalità e non pensano che le cose potrebbero essere diverse. Alternativamente, chi intuisce che potrebbero essere diverse cerca di andarsene altrove, dove è possibile realizzarle, se riesce. Poi ci stupiamo del declino.

      Per quanto mi riguarda, ho concluso su questo forum (e credo su ogni altro di questo tipo), poiché è evidente che la spaccatura di vedute, ma direi anche esistenziale, di aspirazioni, di speranze, di obiettivi di vita è molto più profonda del semplice aver votato Fantini piuttosto che Mocella o viceversa.

  • #8170

    patricia.iozzo@ifc.cnr.it
    Partecipante

    Mi sembra che questa discussione nasca in parte da un’interpretazione anomala del PNR, che analizza e “consegna a tutti gli attori della ricerca un quadro di scelte strategiche”, riconosce che “vi è una diretta relazione tra la libertà della ricerca di un Paese e la sua competitività” e pertanto “investe in modo convinto nella ricerca di base … senza indicare ambiti scientifici prioritari”. Il PNR suggerisce settori molto ampi di ricerca, che di fatto coprono ogni possibile ambito, ma spetta alla comunità scientifica competente il compito di individuare obiettivi e progetti specifici all’interno ed all’esterno delle 12 aree.

    Forse qualcuno preferisce delegare ad altri la responsabilità di queste importanti scelte e delle loro conseguenze. Invece tali scelte sono compito degli enti di ricerca, primo fra tutti il CNR.

    Il CdA del CNR è chiamato a riconoscere, esercitare e valorizzare questo compito, anche attraverso atti organizzativi, amministrativi, di nomina e di attribuzione, che siano funzionali alla ricerca efficiente, produttiva, meritocratica, utile. Non è che l’approvazione del bilancio sia un banale atto contabile, disgiunto dalla qualità della ricerca. Non lo è per nulla. Lo stesso vale per (le modalità di) reclutamento e progressione, non vivono di vita propria. Tutto è (dovrebbe essere) guidato dalle esigenze della ricerca.

    Trovo bizzarra l’evidenza che il collega Mattioli, sostenendo il PNR, sembri contrario ed estraneo al primo obiettivo del PNR stesso, l’internazionalizzazione, dichiarando addirittura:

    in uno dei dibattiti che ho ascoltato, Mocella ha fatto un’affermazione che secondo me gli ha fatto perdere non pochi voti: l’auspicio che i ricercatori del CNR si formino come post-doc nei luoghi più prestigiosi del mondo. Io ho una visione diametralmente opposta

    Questa affermazione di Giuseppe non sembra comprendere che l’auspicio di Vito non è circoscritto all’Italia, ma vale in tutto il mondo, dove giovani ricercatori non-italiani sono a loro volta incoraggiati a trascorrere un periodo all’estero in centri prestigiosi, incluso sperabilmente il CNR. Certo capisco che chi non sia mai stato all’estero non possa esprimersi con cognizione di causa. E’ un po’ come chi voglia rappresentare le esigenze della ricerca senza averne mai svolta.

    Andare all’estero implica mettersi in gioco, entrare in una cultura diversa, una lingua diversa, un confronto diverso, uscendo dagli schemi, facendosi valere e facendo valere la cultura e la capacità italiane all’estero. E’ un valore aggiunto per l’ente estero che riceve questa risorsa e per il giovane professionista o studente, che non solo impara nuove tecniche di laboratorio, ma migliora come persona e professionista, in termini di apertura mentale, autonomia personale ed intellettuale ed arricchimento culturale.

    Non credo che il personale formato nel CNR debba necessariamente rimanere nel CNR, ma piuttosto che l’ente possa fruire di un piano di reclutamento delle migliori risorse. All’affermazione che “però molti, comunque validi ricercatori sono stati tenuti a lavorare al CNR per molti anni, non sono stati invitati a cercare lavoro altrove”, rispondo chiedendo se sia così passivo questo ricercatore che si “fa tenere” ed “invitare”. Io ho stima dei giovani ricercatori e credo nell’autodeterminazione constatando che, purtroppo, molti dei migliori se ne vanno.

    Approfitto per chiedere a Mattioli, non me ne voglia perché non c’è polemica nelle mie perplessità, un chiarimento:

    1) “precari (quelli che hanno potuto votare) ed ex precari hanno massicciamente votato per il cambiamento, perché si sono sentiti traditi dai meccanismi di selezione del personale, messi in atto dal Presidente e dal CdA con la connivenza dei colleghi più anziani. Ed hanno riconosciuto in Mocella un simbolo del naufragio di tali politiche di selezione del personale

    Domanda: Perché?

    2) “Un’altra delle tante fratture che tutti noi, assieme a Fantini, siamo adesso chiamati a ricomporre

    Domanda: Come?

    3) “Per unirlo però serve secondo me un pre-requisito fondamentale: bisogna reinventare senza preconcetti il ruolo delle persone che lavorano all’interno del nostro ente, e partire da questa nuova “autocoscienza” per imprimere dall’interno un segno sulla ragion d’essere del CNR

    Domanda: Scusa, potresti per favore esprimere il concetto usando altre parole?

    Grazie
    Patricia

  • #8171

    Diego Breviario
    Partecipante

    Caro Giuseppe,
    considerate le posizioni piuttosto inconciliabili che stanno emergendo sul ruolo del CNR, affido ad un breve racconto quanto potrebbe accadere con la tua riforma, non prima di aver sottolineato che : 1. non si capisce se è la tua riforma o se parli a nome di popolosi gruppi di influenza che stanno nel frattempo promuovendola in ambito ministeriale, please clarify; 2. la tua/vostra riforma in realtà è una non riforma perché un sistema di distribuzione preferenziale del denaro a laboratori prescelti incaricati di portare a termine gli obiettivi “governativi” è in auge da almeno 35 anni (dai progetti finalizzati in poi) ed è responsabile di aver creato una mentalità anti-meritocratica e molti precari, che tu oggi però sistemeresti con l’aliquota del 50%; 3. se condivisa la tua proposta segna una grave frattura interna, per di più con un forte accento generazionale che sarebbe pressochè impossibile sanare. Altro che polarizzazione! E.. povero RdP se davvero vuole rappresentare Tutti. Strozzeresti/ste nella culla la non ancora nata Assemblea degli stati generali, che era/è in incubazione grazie all’interesse espresso spontaneamente da entrambe i finalisti. Pessimo risultato. Buona lettura.
    LA BREVE STORIA DEL PROGETTO BANDIERA-TRICOLORE : IL PRIMATO DELL’ EPIGENOMA ITALICO
    Correva l’anno X ed in Italia aveva da poco preso il sopravvento, grazie ad un forte sostegno popolare, un governo sovranista che teneva in somma considerazione il suo popolo, blandito dalla convinzione continuamente inculcatagli di essere il primo sulla terra, e come tale di essere speciale. Ora i nuovi governanti desideravano provare senza ombra di dubbio questo primato. Il Ministro della Scuola, Cultura, Propaganda e Ricerca convocò alcuni sapienti Universitari e il Presidente del CNR, Ente trasformato nel frattempo in una Agenzia di servizio servizievole, perché trovassero il modo di provarlo. Questi ultimi, che erano pur sempre gente colta, che, al contrario del Ministro, aveva studiato, gli spiegarono che non si poteva più battere sul tasto della razza perché quegli arroganti di ricercatori di prima, sostituiti ora da più arrendevoli collaboratori tecnico-professionali, avevano mostrato, razzolando dati genomici a destra e manca, i BIG DATA, che in effetti basi genetiche per definire una qualsivoglia razza umana non ce n’erano. Ma un’idea l’avevano e la proposero al Ministro che gongolò. Ancorchè non riconducibile a basi genetiche, l’evidente superiorità italica, quella dell’arte, navigazione, cucina, amore e mandolino, avrebbe invece potuta essere opportunamente spiegata dall’esistenza di speciali configurazioni epigenetiche esclusive per il ceppo Italico e riconducibili all’effetto del clima e dell’alimentazione mediterranea, notoriamente superiori. Fu così deciso dal Ministero il lancio del progetto Bandiera-Tricolore : Il primato dell’epigenoma Italico, alla realizzazione del quale furono chiamati i laboratori di epigenetica, con credenziali di affidabilità e sottomissione già verificate, e di preferenziale collocazione al CNR. Questa nuova progettualità, innaffiata da abbondanti risorse economiche, raggiunse il CdA del CNR per la sua approvazione, ottenuta all’unanimità anche perché il rappresentante del personale ,che pure coltivava dubbi sulla assennatezza della proposta, alla luce della mancanza di alcuna evidenza nella letteratura internazionale , si consolò all’idea che avrebbe rivendicato l’ottenimento di qualche centinaio di posti di lavoro per nuovi collaboratori tecnici professionali, tra cui alcuni che gli stavano davvero simpatici. Non abbiamo qui il tempo di raccontare, ma le ricerche furono volutamente indirizzate verso un esito positivo , sostenendo che alcuni epialleli erano chiaramente attribuibili alla combinazione ceppo italico e pastasciutta, ulteriormente rafforzati se nella dieta c’era pure traccia di pummarola ‘ncoppa. Nacquero così le leggi epirazziali. Amen
    PS. Noi si rivendica Tutti una ricerca libera (e pubblica) ma, alla luce di quel che sta emergendo, siamo sicuri che parliamo della stessa cosa?

  • #8172

    Patrizia Lavia
    Moderatore

    Ringrazio Patricia Iozzo e Diego Breviario per aver espresso, la prima con grande lucidità e razionalità, il secondo con ironia paradossale, la preoccupazione suscitata dalle posizioni di Giuseppe Mattioli.

    Francamente anch’io vorrei sapere a questo punto quanto le posizioni di Giuseppe siano diffuse e condivise nel CNR, soprattutto nello spirito di chi è appena entrato e si appresta a svolgere questa attività per i prossimi venti o trent’anni.

  • #8173

    giuseppe.mattioli@ism.cnr.it
    Partecipante

    Voglio fugare i vostri dubbi. Parlo ed ho sempre parlato a titolo strettamente personale. Siccome sembra che sia l’unico tra gli elettori di Nicola Fantini ad avere voglia di confrontarmi apertamente con tutti (fa parte del mio modo di essere e di lavorare), qualcuno potrebbe aver fuorviato la mia attitudine ritenendomi “portavoce” di chissà chi o chissà cosa. Sono iscritto alla CGIL ma non sono RSU e non ho alcun rapporto, se non quelli di amicizia personale con qualcuno, con la rappresentanza sindacale dell’ente. Ho avuto occasione durante la mobilitazione per il superamento del precariato di avere un’infinità di contatti con le forze politiche, ma non lavoro alle dipendenze di nessuno di loro. Infine, come tutti sapete, sono amico di Mario Ledda, con il quale avevo cominciato a lavorare per la presentazione della sua candidatura come rappresentante in CdA, finché non è diventato chiaramente necessario che tale candidatura fosse ritirata. Mario è uno dei consiglieri del Ministro Fioramonti, e come tale disponibile ad ascoltare tutte le voci dei colleghi interessati a migliorare tutti gli aspetti dell’attività del CNR.

    Purtroppo di fronte alla mia disponibilità al confronto ho spesso ricevuto in cambio irrisione o paternalismo; eppure la mia visione delle cose è estremamente semplice e basata su due principi complementari:

    1) Il ricercatore è libero di ricercare ciò che vuole, purché produca nel lungo periodo della sua carriera una quantità ragionevole e misurabile di prodotti della ricerca che giustifichino la spesa piuttosto elevata che lo Stato affronta per pagargli lo stipendio. Credo che anche una lettura affrettata del mio CV, di pubblica consultazione su people@CNR, testimoni chiaramente che questo ho messo in pratica da quando faccio questo lavoro. Sono proprio le storture che ho incontrato facendo il “giovane ricercatore” che vorrei sanare, mitigando alcune pratiche di selezione francamente non rispettose della dignità delle persone.

    2) Tutte le volte che il denaro di tutti i cittadini viene impiegato a qualsiasi fine, incluso quello di finanziare la ricerca pubblica, i loro rappresentanti dovrebbero esercitare doverosamente un controllo, e in alcuni casi anche alcune prerogative di indirizzo mediate dal confronto con le comunità scientifiche. Questo sembra il tema che più vi spaventa e vi porta a chiudervi a riccio in una visione corporativa del ruolo del ricercatore.

    Cercherò quindi, con spirito sempre improntato alla condivisione ed al confronto costruttivo delle idee, di rispondere alle domande che Patricia mi ha posto:

    1) “precari (quelli che hanno potuto votare) ed ex precari hanno massicciamente votato per il cambiamento, perché si sono sentiti traditi dai meccanismi di selezione del personale, messi in atto dal Presidente e dal CdA con la connivenza dei colleghi più anziani. Ed hanno riconosciuto in Mocella un simbolo del naufragio di tali politiche di selezione del personale”

    Domanda: Perché?

    Patricia a me appare chiaro, ma ti rispondo con un aneddoto: nel 2016 ho partecipato ai primi concorsi per l’assunzione di ricercatori suddivisi per area strategica, che per fortuna sono stati anche i miei ultimi concorsi prima dell’assunzione (i primi sono stati nel 2009). Nella mia area concorsuale ci sono stati circa 200 candidati presenti agli scritti su 4 posizioni bandite, ed alla fine circa 90 idonei, ed io sono arrivato al 44-esimo posto. Tra i 4 vincitori uno è stato il collaboratore dell’unico membro CNR della commissione. Ho fatto accesso agli atti, e sebbene io presentassi 5 pubblicazioni su riviste che la commissione aveva decretato di livello pari alle sue 5 (il livello massimo, per la precisione), nelle mie ero in tutte e cinque primo autore ed in 4 su 5 corresponding author, mentre lui in nessuna delle 5; eppure il voto sul curriculum e pubblicazioni è stato identico. Un’altro dei vincitori si presentava con 7 pubblicazioni (all’epoca io avevo già superato le 30) e 3 di h-index. In ciascuna delle buste delle due prove scritte c’erano tre tracce, ed in ogni busta c’era almeno una traccia relativa alla specializzazione di tale candidato, specializzazione affatto minoritaria nell’area strategica messa a bando, e zero tracce relative alla mia specializzazione, forse la più diffusa in tutta l’area strategica ed in tutto il DSFTM. Naturalmente le due prove di tale candidato hanno avuto punteggi altissimi. Ho fatto accesso agli atti, quindi le ho lette…
    Sono questi episodi (a me ne sono capitati diversi, troppi, come a tutta la mia generazione di giovani ricercatori) che mi fanno affermare che il reclutamento del personale deve essere riformato dalle fondamenta, con più spazio per un apprendistato eticamente sostenibile, gestito da parte dell’unico organismo che lo può gestire ragionevolmente e che un tempo lo faceva, cioè il Consiglio d’Istituto. E non mi risulta che il capitale umano del CNR non si sia accresciuto quando le cose si facevano in questo modo.

    2) “Un’altra delle tante fratture che tutti noi, assieme a Fantini, siamo adesso chiamati a ricomporre”

    Domanda: Come?

    Se lo sapessi l’avrei già proposto, ma sicuramente si dovrebbe cominciare dimostrando maggiore disponibilità.

    3) “Per unirlo però serve secondo me un pre-requisito fondamentale: bisogna reinventare senza preconcetti il ruolo delle persone che lavorano all’interno del nostro ente, e partire da questa nuova “autocoscienza” per imprimere dall’interno un segno sulla ragion d’essere del CNR”

    Domanda: Scusa, potresti per favore esprimere il concetto usando altre parole?

    Reinventare senza preconcetti per me significa superare alcuni steccati ideologici che dividono le diverse categorie di personale, rendendo nel rispetto dei diversi ruoli ciascuno più partecipe sia delle decisioni che responsabile del flusso del lavoro secondo le sue capacità. Questo ha a che vedere sia con una maggiore partecipazione del personale agli organismi direttivi, nel vero spirito che animava la riforma 218/2016, sia con l’individuazione di obiettivi personali raggiungibili senza fare “figli e figliastri” (cioè con valutazioni il più possibile automatiche della professionalità) per la progressione delle carriere, ed infine anche con una procedura di valutazione individuale della professionalità acquisita (non mi stancherò mai di ripeterlo, e questo ti dà la misura della mia assoluta indipendenza dalle rivendicazioni sindacali, che pure in parte sottoscrivo), stabilita in modo autocratico dai ricercatori stessi, che porti a premiare in modo trasparente chi raggiunge i risultati più brillanti. Queste tre cose, messe insieme a procedure autonome di reclutamento ed immissione in ruolo, produrrebbero secondo me uno spirito di corpo simile a quello che si riscontra in comunità scientifiche contigue alla nostra, come quella dell’INFN, che infatti ha tutto tranne problemi di sottofinanziamento dato che si prende quasi gli stessi soldi che si prende l’intero CNR, tra FOE e gettone-CERN, è grande circa quanto il DSFTM-CNR che costa un quinto, ed alla fin fine in termini di pubblicazioni, riconoscimenti d’eccellenza (gli ERC tanto amati dal nostro Presidente), e ricadute sul tessuto economico e sociale del Paese produce pure meno… E’ per questo che io insisto con la compattezza interna, l’organizzazione autonoma e con il buon rapporto con le istituzioni. Perché una comunità di questo tipo è la sola che può pretendere i finanziamenti che le spettano per il suo ottimo livello di ricerca.

    • #8174

      Patrizia Lavia
      Moderatore

      Caro Giuseppe

      Intanto grazie per lo sforzo di chiarezza. Nessuno ti ha irriso, ma è evidente che ci sono modi di vedere molto diversi, e a volte l’espressione di disaccordo porta ad estremizzare l’espressione dei concetti. Ma aldilà delle espressioni, quello che preoccupa, almeno a me, è che vedo per la prima volta una spaccatura profonda tra i ricercatori che non so come si possa ricomporre. Per questo ti ho chiesto quanto fossero condivise le tue posizioni, perché le divergenze toccano la natura stessa della ricerca.

      Nella tua lettera rispondi in gran parte sui concorsi. In generale, molti di noi sono incorsi prima o poi in elementi di arbitrio nelle valutazioni e questo mina la fiducia, anche quando gli errori di valutazione sono fatti in buona fede. Un sistema di reclutamento non può essere soggetto a oscillazioni tanto ampie e poco razionalizzabili da una commissione all’altra e da un concorso all’altro. Il meccanismo è troppo farraginoso con settori troppo ampi, commissari troppo esterni alle ricerche CNR, valutazione dei titoli in tempi che raramente sono adeguati, due scritti ridondanti e poco utili ed altri difetti ancora, davvero difficili da gestire, anche quando non c’è nessuna scorrettezza. D’altra parte dico una cosa banale quando dico che la scarsezza di concorsi e di posti per anni, e poi lo sblocco improvviso con centinaia di concorrenti, rendono gli errori e gli arbitri tanto più frequenti, a tutti i livelli di concorso – non solo per il reclutamento.

      Francamente però non capisco l’accusa di correità ad un’intera generazione di colleghi. Mi pare che l’antagonismo generazionale pre-esista, per cui alla generazione precedente viene imputato tutto, anche ciò che essi stessi hanno criticato in prima persona.

      Aldilà dei concorsi, che potrebbero invece essere il terreno che tutti vorremmo modificare, su tre aspetti credo che una ricomposizione sia difficile:
      1. La responsabilizzazione individuale, laddove in uno dei tuoi post dicevi il PI è responsabile delle pubblicazioni e del CV del giovane, e non lui stesso;
      2. L’internazionalizzazione, o comunque la mobilità e la volontà di mettersi alla prova e di imparare all’esterno del gruppo d’origine e dello stesso CNR;
      3. La responsabilizzazione del ricercatore rispetto al concepire obiettivi progettuali propri, autonomi e originali.

      E’ vero che tu sei l’unico tra gli elettori di Fantini che ha cercato un confronto su questo sito. Anche questo mi sembra preoccupante. In pratica Fantini è eletto con un piccolo margine di voti che però separano due blocchi con visioni molto differenti. Io sto capendo solo adesso che l’immissione dei precari non è “solo” la stabilizzazione di molti giovani ricercatori, ma anche l’immissione di un nuovo ¼ dell’organico che ha una visione molto diversa della ricerca pubblica e che forse vorrà trasformarla in direzioni diverse. Entra in modo massiccio una generazione a inizio carriera, che quindi non può ancora avere posto vere basi per la propria autonomia, proprio perché le condizioni non lo hanno finora consentito, ma che non vuole ricevere il testimone dalla generazione precedente, perché nel frattempo si sono create divaricazioni enormi. Questo forse merita una riflessione più profonda e più ampia sul futuro che si immagina per la ricerca CNR.

    • #8195

      Paolo Villa
      Partecipante

      Caro Giuseppe,
      come ti ho scritto anche tra i commenti sul blog di Comancio, pur apprezzando il tuo intento, nella parte di una ricerca di punti in comune per uscire dallo stallo dipinto nei risultati del ballottaggio, trovo che le tue ricette tendano a mancare il vero obiettivo con cui siamo, volenti o nolenti, chiamati a misurarci nei prossimi anni: il sempre crescente, esasperante verticismo del CNR, non certo sconnesso con quelli che sono gli indirizzi governativi e ministeriali.
      E in effetti, il controllo da parte istituzionale delle attività e degli obiettivi della ricerca e dei ricercatori del CNR – tra VQR, progetti premiali, bandiera, e numerosi altri meccanismi top-down – esiste già. A mio parere è parte del problema, e dunque non può essere base per la soluzione. La coesione dei ricercatori, che in sé è assolutamente necessaria, se parte dai presupposti che tu hai presentato rischia di ottenere l’effetto opposto, ovvero di divenire succube dell’indirizzo politico, con conseguenze da pessime a nefaste nel medio termine.
      La favola distopica di Diego si avvia infatti a divenire realtà nel paese faro del sovranismo europeo, e vi invito a leggere qualche cosa su quello che negli ultimi due anni è successo all’Accademia Ungherese delle Scienze, per certi versi un nostro omologo ora smembrato e ricostruito sotto le direttive governative (che prima di altri hanno colpito i settori di ricerca nelle scienze sociali):
      https://www.nature.com/articles/d41586-019-02107-4

      Per come vedo e vivo io il nostro lavoro (che a ben guardare è più che un lavoro, visto lo spazio che si prende nella vita di ognuno), la coesione dei ricercatori non può essere ricercata che nel nome della libertà di ricerca, prima di ogni altra questione da porre sul tavolo. E se manca questo accordo, a tremare sono le basi stesse del CNR come ente e luogo di ricerca.
      Anche io, come Diego e Patricia hanno già segnalato, sono francamente preoccupato dal fatto che dei numerosi sostenitori di Fantini, tu solo sia interessato a interloquire con i frequentatori de “il nostro CNR”, ma più di tutto sono preoccupato, nonostante per ragioni anagrafiche e di esperienza professionale io sia più vicino a loro che a chi con proprietà ha qui interloquito con te sinora, che le proposte dei precari ed ex-precari sul futuro del CNR non siano disseminate se non in vaghi slogan, come quelli contenuti nell’appello alla mobilitazione firmato Precari Uniti CNR dello scorso venerdì.

      Paolo Villa
      (un Comancio)

  • #8176

    giuseppe.mattioli@ism.cnr.it
    Partecipante

    Cara Patrizia
    Solo due minuscole ulteriori precisazioni sui concorsi. Non che non voglia parlare anche del resto, ma una cosa alla volta.
    La “correità” sta nel non aver vigilato (nella maggior parte dei casi) o nell’essere invece direttamente corresponsabili (come membri delle commissioni) dei guasti prodotti con i concorsi “pilotati”. Non mi dire che è sempre stato così, perché fino al 2009 le cose sono state non idilliache ma diverse, anche nei numeri dei candidati ai concorsi; con un rapporto candidati/posti in genere largamente inferiore a 10:1, con punte più prossime all’1:1 in alcuni istituti.
    Invece per quanto riguarda l’autonomia del ricercatore, questa si deve sviluppare in qualsiasi contesto di lavoro, se non si sviluppa semplicemente non devi essere assunto, e qui sta la responsabilità del supervisore ed il ruolo del CdI che auspicavo nel post precedente. Ma la vera e completa autonomia del ricercatore si raggiunge solo quando gli viene dato un ruolo stabile e la sua posizione non dipende più dalla buona o cattiva volontà di nessuno.

    Quindi ti (vi) faccio io una domanda: quando e come deve avvenire questo? Per me, e l’ho detto spesso, ci devono essere tre fasi dopo la laurea: tre anni di dottorato, tre anni di lavoro flessibile come post-doc sotto la supervisione di un ricercatore, tre anni di lavoro strutturato come post-doc in cui si devono mostrare appunto i segni dell’elaborazione scientifica autonoma, e da qui in poi (34-35 anni al massimo) o l’assunzione o comunque un contratto che porti all’assunzione. Metà dei posti disponibili assegnati attraverso questa trafila di formazione, sotto la responsabilità della comunità scientifica e metà banditi in concorsi aperti a tutti, ma con le commissioni formate in maggioranza da ricercatori del CNR, altrimenti i docenti universitari sistemano, come d’uso, i loro precari al CNR con tanti saluti all’internazionalizzazione.

    Ultimissimo commento anche sull’internazionalizzazione: intanto non se ne vede quasi traccia nemmeno ora, e questo purtroppo non dipende dalle modalità di assunzione ma dal fatto che siamo pagati troppo poco e dal fatto che i nostri laboratori avrebbero bisogno di forti investimenti per tornare ad essere attrattivi per gli studiosi stranieri. La circolazione delle persone e delle idee è bellissima, anche se nel mondo iperconnesso di oggi farla esclusivamente con i metodi degli anni ’70 e ’80 mi sembra riduttivo. Ma la costosa formazione di persone e la perdita dei migliori per sempre perché vanno ad arricchire con le loro capacità le istituzioni di ricerca estere, senza alcuna reciprocità, non mi sembra una cosa esattamente geniale per il nostro Paese. Invece l’idea di individuare early stage i ragazzi più brillanti, di assicurarsi che lavoreranno nel mio ente, e di mandarli successivamente a fare short-term mobility, magari obbligatoria per tutti i neoassunti per sei mesi entro X anni dall’assunzione, e finanziata con apposita posta nel bilancio dell’ente invece che di tasca del post-doc, mi sembra migliore.

    • #8178

      Patrizia Lavia
      Moderatore

      Caro Giuseppe,

      anche io aggiungo due brevi postille perchè per molte cose ti ha risposto estensivamente Diego.
      1. Sui concorsi tu continui a confondere causa e effetto. Per i concorsi occorre lavorare sui regolamenti. Se questo non accadrà, mi farà molto piacere vederti alla prova dei fatti quando tu sarai commissario con questi regolamenti. Vediamo, a regolamenti invariati, quanto tu riuscirai a fare meglio dei colleghi che oggi indistintamente accusi di non aver vigilato o addirittura di essere stati complici di concorsi pilotati. Sono affermazioni molto gravi. Come commissario di diversi concorsi per i quali spesso non ho dormito la notte, e dove non c’è mai stato un solo ricorso, la trovo una generalizzazione quanto meno indecente.

      2. Sul lavoro all’estero, ti volevo far notare che l’esperienza di lavorare in un luogo dove la scienza si fa veramente non è, come credi, una cosa che con arroganza puoi liquidare come cosa passatista degli anni -70-’80, che ora voi “giovani” smart sostituite con la skype call o con i social (che peraltro, persino noi vecchi abbiamo imparato a fare). E’ invece un’esperienza esistenziale fondativa della maturazione scientifica e anche umana delle persone. Ma non ti posso descrivere a cosa serve poichè evidentemente non ne senti la necessità nè la curiosità, e sei soddisfatto di stare dove stai senza bisogno di sperimentare altro.

      Fortunatamente, almeno questa, lo vedo dal mio piccolo osservatorio di Istituti che conosco benino, non è un posizione maggioritaria tra i giovani.

      Quello che Diego definisce il livore invece mi sembra diffuso. Forse se andaste a vedere un pò di mondo poi stareste meglio. Il CNR ve lo consente. Ma certo mi rendo conto che bisogna lasciare a casa qualcuna delle proprie sicurezze.

      • #8180

        giuseppe.mattioli@ism.cnr.it
        Partecipante

        Patrizia perché, al CNR la scienza non si fa veramente? Giochiamo a freccette? E chi ti dice che io non impari e sperimenti continuamente altro? Se non lo facessi smetterei di fatto di fare il ricercatore e non potrei più pubblicare neppure sulla newsletter della parrocchia. Quindi per il resto di questa settimana farò il ricercatore, ho un bel po di lavoro arretrato. Però vi consiglio di leggere il post che il coordinamento dei precari ha pubblicato in un altro thread di questo forum in merito alla legge di bilancio. Quella sarebbe davvero un’ingerenza indebita nelle attività di ricerca pubblica che stiamo cercando di scongiurare in tutti i modi. Facciamolo assieme!

  • #8177

    Diego Breviario
    Partecipante

    Caro Giuseppe, innanzitutto la tua caparbia volontà di spiegarti ti fa onore, ancorché sostieni concetti da me non condivisi e soprattutto rilasci giudizi che respingo fermamente. E avevo già avuto modo di portarlo alla tua attenzione. Non userò questa volta alcun artificio letterario e andrò diritto al punto e in modo franco, ma sempre rispettoso, com’è importante che sia. Dopo di che, se la tua opinione è/fosse davvero personale, non vedo davvero dove sta il punto per proseguire, precisando pure che mi farebbe piacere conoscerti personalmente, altro che irrisione, e regalarti il mio libro “DNA dell’anima” dove vengono raccontate, in un racconto distopico ed educativo, le malefatte di un sistema di ricerca che non funziona e dove gli unici protagonisti in positivo sono i precari. Altro che odio generazionale! Da parte mia ovviamente, ma vedo che la cosa non è reciproca. Veniamo a noi .
    1. VOGLIO FUGARE I VOSTRI DUBBI. Posso permettermi di farti notare che erano dubbi leciti? E che in parte rimangono, pur non dubitando della tua buona fede. Immagino infatti che questa tua posizione, per me pericolosa, la esporrai nei diversi contesti in cui operi, sindacato-precari uniti-gabinetto ministeriale, e quindi, pur dandoti il credito che meriti, sei molto più impattante di ognuno di noi pensatori liberi, senza tessera, senza gruppo e senza agganci.
    2. Non replico sulla mancanza di rispetto, L’IRRISIONE, perché non solo non fa parte del mio modo di confrontarmi, ma se permetti ho personalmente e recentemente sopportato di peggio, cioè la calunnia.
    3. SONO PROPRIO LE STORTURE CHE HO INCONTRATO FACENDO IL “GIOVANE RICERCATORE” CHE VORREI SANARE. Riprenderò più sotto questa perorazione ma sappi che non sei l’unico ad averle vissute. Ognuno di noi porta da decenni e silenziosamente ferite profonde che non verranno mai rimarginate. Siamo vittime, non aguzzini. E’ il sistema che va cambiato ma non nella direzione dello statalismo.
    4. QUESTO SEMBRA IL TEMA CHE PIÙ VI SPAVENTA E VI PORTA A CHIUDERVI A RICCIO IN UNA VISIONE CORPORATIVA DEL RUOLO DEL RICERCATORE. Questa affermazione è davvero offensiva. Siamo tutti ben consci del ruolo pubblico che abbiamo, affermato a chiare lettere nella Carta Europea del ricercatore che è tutto tranne che un documento corporativo, e cerchiamo non solo di concorrere allo sviluppo di conoscenza e tecnologia ma di provvedere denari all’Ente per cui lavoriamo così che non debba chiudere. Non so se è più civico e responsabile l’atteggiamento di coloro che solo chiedono piuttosto che quello di coloro che danno, attraverso il loro ingegno e la loro laboriosità dispiegata 24/7. Personalmente ho già avuto modo di far rilevare che ad oggi ho già provvisto in denaro il mio datore di lavoro di 3 volte la cifra che spenderà per l’intera mia attività di servizio….a meno che tu voglia conteggiare anche la pensione augurandomi però una durata di vita da Matusalemme.
    5. PATRICIA A ME APPARE CHIARO, MA TI RISPONDO CON UN ANEDDOTO. Mi spiace Giuseppe ma qui a me sembra che tu non abbia risposto. Alla domanda cosa c’entrava Mocella per le politiche di assunzione del personale hai risposto descrivendo la tua disavventura concorsuale. Potrei seppellirti di questi aneddoti andando indietro nel tempo fino al mio rientro dagli USA (1986) o se preferisci fino alla fine del secolo 19mo (1890 : Felice Froio , le mani sull’Università, Ed. La terza), tempi in cui non si rintraccia la presenza dell’ex consigliere Mocella. Per questo, per le ferite che io stesso porto profonde, per quelle di tutti i miei collaboratori storici, avevo proposto dal sito di Comancio l’abolizione dei concorsi, né più e né meno, con l’assunzione speculare di una piena responsabilità (esperienza USA).
    6. UNA PROCEDURA DI VALUTAZIONE INDIVIDUALE DELLA PROFESSIONALITÀ ACQUISITA …. STABILITA IN MODO AUTOCRATICO DAI RICERCATORI STESSI, CHE PORTI A PREMIARE IN MODO TRASPARENTE CHI RAGGIUNGE I RISULTATI PIÙ BRILLANTI. Io ti dichiaro di averlo fatto, e l’ho pure scritto sempre su Comancio quando sono intervenuto sul tabù del precariato (magari vale la pena rileggerlo), ma non credere che lo puoi attuare per decreto. E’ questione di mentalità e di furbizia e opportunismi reciproci, del senior e dello junior. E anche qui ti vorrei segnalare che il tema è trattato nella carta Europea del ricercatore dove il tutoraggio del giovane è costretto in pochi anni iniziali. Come ti ho spiegato con la mia parabola è proprio il sistema delle progettualità consociative che impedisce l’affermazione di un pensiero e di una condotta meritocratica. Per questa ti dovresti battere, ma non ne trovo particolare traccia nei tuoi scritti.
    Concludo riprendendo la parte finale della risposta di Patrizia di cui condivido l’apprensione per quel che sta accadendo, davvero nuovo e irragionevolmente distruttivo. Innanzitutto trovo anch’io incomprensibile che tu Giuseppe sia l’unico sostenitore di Nicola Fantini che interviene su questo sito, soprattutto in questa discussione che va chiaramente al di là dello spirito di fazione e coinvolge idee e concetti diversi sul ruolo del nostro Ente, tra l’altro non emersi in campagna elettorale, e anche questo amareggia. Sono sinceramente preoccupato che una forza di 800 persone, così mi dicono, che si esprimono tra loro in un canale esclusivo non trovi il modo , la volontà di uscire allo scoperto e dire come la pensa. Così li comprendiamo meglio. Così forse, se davvero emerge, cosa che voglio ancora sperare non sia, spiegheremo loro quanto sia irragionevole e mal riposto tutto il loro livore generazionale. Ho già spiegato che ci devono rispetto perché non hanno affatto l’esclusiva del martirio. C’è gente come chi scrive che si è vista arrivare al proprio concorso nientepopodimeno che il presidente del CNR e non per fargli i complimenti. Scrivo novelle ma quella che ha riguardato la mia entrata nell’ente non chiedo di pubblicarla perché è una storia lugubre che ho solo fatto leggere alle mie figlie, a scopo educativo, per fargli capire quanto putrido può essere l’ambiente di lavoro. Non hanno/non avete l’esclusiva del dolore e della vessazione. Un giorno vi racconterò la storia di uno dei gruppi di vostri antesignani, gli assegnisti ex-285 (1981-1990, non c’era Mocella ed una delle vittime è l’attuale responsabile ricerca del tuo sindacato), che sono stati offesi, umiliati, sotto inquadrati, a cui sono stati estorti soldi e che si son dovuti riscattare quegli anni di servizio (da 9 in su) pagando migliaia di Euro. Forse non ti/vi colpisce particolarmente perché l’esperienza personale è sempre la più sentita ma non è così, come in quel racconto dove due persone si trovano e l’uno riporta all’altro che un loro comune amico è morto di polmonite ricavandone il commento : sapessi la polmonite che ho avuto io! Per favore : dialogo sì ma nel rispetto reciproco.
    Caro Giuseppe, se le posizioni che esprimi sono individuali, leggerò eventualmente la tua replica ma poi ti anticipo che non mi interessa proseguire, né dovrebbe interessare a te Al contrario se questa discussione è tra due principi diversi che si vogliono affermare nella nostra comunità, spero solo che accada alla luce del sole perché al di là di come uno la pensi, una cosa è certa : gran parte dei danni che abbiamo subito e che subiamo originano da intrighi occulti, da traffici di influenza, cui si dovrebbe dare un taglio un volta per sempre.

  • #8179

    giuseppe.mattioli@ism.cnr.it
    Partecipante

    Caro Diego
    Allora oltre ogni ulteriore dubbio: certo! Rivendico la mia libertà come cittadino e come ricercatore di interloquire con chi mi pare e di consigliare chi mi pare, se richiesto e sempre a titolo personale. Libertà che hai anche tu e chiunque. Se a partire dalla primavera del 2017 ti fossi anche tu attaccato al pc a scrivere mail ai nostri rappresentanti in Parlamento per chiedere incontri ed ottenere una legge ed i fondi per le stabilizzazioni, se li avessi incontrati decine e decine di volte come ho fatto io negli ultimi due anni e mezzo, se avessi passato buona parte dei tuoi fine settimana a studiare la legislazione del pubblico impiego, il CCNL, la legislazione sulla ricerca, se ti fossi guadagnato sul campo una credibilità basata sulla competenza e sulla disponibilità (come qualsiasi ricercatore dovrebbe saper fare), allora avresti le stesse possibilità che ho io di dialogare con i suddetti rappresentanti. Nessuno ti impedisce di farlo!

    Chiaro che tutti hanno subito la propria razione di torti. La differenza è che io mi sto sforzando di elaborare idee e proposte concrete per mitigare gli stessi torti che ho subito, perché non li vorrei infliggere a coloro che sono più giovani di me. Del resto ti ho immediatamente scritto quando hai pubblicato su Comancio le note sul precariato, con grande apprezzamento, e sarei anche io lieto di conoscerti personalmente.

    Mi dispiace molto se ti sei sentito offeso per l’idea del riccio. Ritiro immediatamente la formulazione e riformulo la domanda: cos’è che non va nel principio che i rappresentanti dei cittadini sono intitolati a controllare i risultati che si ottengono spendendo i soldi pubblici in ricerca pubblica, ed ad indirizzare, con la dovuta e preziosa collaborazione delle relative comunità scientifiche, una parte di queste spese? Facciamo un esempio: supponiamo che domani esca un bando PRIN in cui si dice che una parte non trascurabile del finanziamento debba andare a progetti di ricerca che si propongano di affrettare la transizione dell’economia del paese verso processi produttivi più sostenibili, verso un minor consumo di energia, verso lo sviluppo di nuove tecnologie per la produzione e l’accumulo di energia rinnovabile, e per il trasferimento tecnologico di tali idee verso le imprese nazionali, come implicitamente già inserito nella clausola dei bandi PRIN-2017 che autorizza l’IIT a prendere contatto con i TEAM vincitori dei finanziamenti per sviluppare, se e solo se i ricercatori sono d’accordo, strategie di trasferimento dei risultati al tessuto produttivo. Non sarebbe un intervento lecito del Governo nell’ambito delle politiche per la ricerca, che lascia intatta l’autonomia del sistema della ricerca nell’assegnare poi quelle risorse secondo le modalità di cui esso si dota? Io di questo sto parlando, come ulteriore opportunità per il finanziamento del nostro lavoro, vogliamo discutere di questo tutti insieme oppure no?

    Che c’entrava Mocella? C’entrava in parte personalmente per non aver mai mostrato un eccessivo entusiasmo per la stabilizzazione dei ricercatori, e c’entrava (forse a torto, ma forse anche a ragione) come ruolo, per la mancanza di vigilanza e di risposte adeguate. Io dopo i concorsi del 2016, con gli esercizi di elettronica che lui conosce benissimo, mi sarei incatenato al portone del CNR per ottenere il sorteggio delle commissioni, oppure dimesso da rappresentante del personale. Oppure nell’assemblea di aprile quest’anno a Napoli con i rappresentanti di tutte le forze politiche avrei ricordato che ci sono ancora diverse centinaia di precari idonei per l’assunzione, almeno elencando questa in mezzo alle altre (quasi tutte condivisibili) criticità del CNR.

    Credo di aver risposto a tutti i tuoi rilievi, sarò felice di continuare a discutere di persona, quando ce ne sarà l’occasione.

  • #8181

    Diego Breviario
    Partecipante

    OK Giuseppe , mi obblighi a rispondere perché, ancora una volta, pensi di aver solo tu l’esclusiva e il merito dell’azione.
    1. Bravo. Ma non sei l’unico che si è speso per una causa pubblica. Posso dirti ,senza tema di smentita e tra le tante azioni da me intraprese, di aver salvato dalla vendita speculativa l’intera area di ricerca di Milano1 altrimenti ora tutti ma proprio tutti ( 400 persone?) , sarebbero in giro per la città, compresi i precari, stabilizzati o meno. E potrei continuare ma ripeto ancora una volta : se fai delle cose di cui vai fiero non pensare che gli altri siano tutti degli idioti (etimologico)
    2. Lo stesso valga per quel che fai sforzandoti di ideare. Comancio, giusto per riandare all’ultima mia invenzione/sforzo (di tanti che nemmeno conosci), l’ho fatto per quello, per quello ho proposto articoli, caricato documenti, organizzato confronti, affrontato polemiche. Io combatto questo sistema dal 1986, quando ottenni le dimissioni dell’allora Presidente del CNR dall’auto-attribuitosi incarico di Direttore dell’Area di Milano, invocando l’esistenza di un macroscopico conflitto di interessi e ottenendo il voto favorevole di centinaia di persone. Ora, 2019 (quindi 33 ANNI DI MILITANZA ANTISISTEMA, ampiamente riconosciutami) avevo pure in mente di organizzare una assemblea degli stati generali per depotenziare l’esito delle elezioni. Un ‘idea , un lavoro, uno sforzo per la causa anche questo, o no ? O lo sono solo i tuoi?
    3. Sulla impostazione dei PRIN, non mi dici niente di nuovo. Peccato che l’esperienza dell’ultima tornata insegna che nuovamente le valutazioni non sono state corrette, l’iter con le dovute comunicazioni non è stato rispettato, il contagio dell’interesse , lo stesso dei concorsi che denunci, si è propagato. E tu su questo vuoi costruire un nuovo sistema di reclutamento ? Prima garantisci regole uguali per tutti, comunicazioni e valutazioni trasparenti, basate sul merito della proposta e non sulla composizione della squadra e poi ne parliamo
    4. Mocella deve rispondere per Mocella. Mi stai dicendo cose che non conoscono, che non mi suonano terribili, ma comunque io non sono il suo avvocato.

    • #8184

      giuseppe.mattioli@ism.cnr.it
      Partecipante

      Nessun’esclusiva! Sono giorni e giorni che cerco di convincervi a trovare terreni dove la visione delle cose è meno distante e ad impegnarci assieme per stabilire obiettivi possibili ed ottenere risultati concreti.

  • #8182

    Vito Mocella
    Moderatore

    trovo il dibattito interessante, talvolta molto preoccupante ma è un momento di crescita per tutti. Ringrazio Giuseppe che interviene con passione pur consapevole di essere portatore di una visione e di idee per la gran parte non condivisi, almeno da chi scrive su questo sito e direi in generale assai minoritarie fra i ricercatori dell’Ente. Non posso esimermi dall’intervenire visto che sono chiamato in causa.
    Vado per punti, dice Giuseppe:
    – “non aver mai mostrato un eccessivo entusiasmo per la stabilizzazione dei ricercatori”
    Una fake news alimentata dalle emozioni, entusiasmo .. non credo che i consiglieri di amministrazione debbano mostrare “entusiasmo” ma devono agire con i fatti. I fatti sono che, oltre ad aver partecipato alla maggior parte delle manifestazioni dei precari, io sono stato l’unico e dico bene l’UNICO a battersi per l’inclusione nel processo di stabilizzazione dei cosiddetti “misti e ibridi” colleghi il cui percorso di precariato era stato compiuto in parte in altre istituzioni di ricerca, tipicamente l’università. Potrei citare più assemblee e di alcune vi è ancora lo streaming, in cui sindacati e cosiddetti “puri” si schieravano contro tale inclusione. Il motivo è semplice e anche teorizzato da Giuseppe che vuole una corsia preferenziale per chi ha dedicato l’intera esistenza lavorativa all’Ente e vede con sospetto chi è venuto a lavorare con noi a valle di un percorso vario, eventualmente in qualche prestigiosa istituzione di ricerca all’estero. Per me questi erano e sono precari come gli altri mi sono battuto da SOLO, riuscendoci, per includerli nel percorso. Mi sono battuto cioè per gli ultimi per quelli che un po’ più estranei alle dinamiche dell’ente rischiavano di essere dimenticati. Comunque ho sempre votato e sostenuto tutte le altre azioni e delibere volte al superamento del precariato con lo stesso entusiasmo.
    -“mancanza di vigilanza e di risposte adeguate. Io dopo i concorsi del 2016, con gli esercizi di elettronica che lui conosce benissimo, mi sarei incatenato al portone del CNR”.
    Scusa la domanda ma perché al portone non ti ci sei incatenato tu ? Io ho criticato (cerca anche su questo sito) la gestione di quei concorsi, su Articolo33 è uscita l’unica analisi statistica seria che mostrava un’anomala concentrazione dei vincitori in Toscana, ho chiesto che i commissari del concorso di cui parli non venissero più nominati in alcuna commissione e ho offerto agli eventuali ricorrenti al concorso degli esercizi, che conosco bene visto che ti ho spiegato le anomalie, il PAGAMENTO DELL’ASSiSTENZA LEGALE. Ebbene sì caro Giuseppe perché il CdA non ha alcun potere di vigilanza sui concorsi e io preferisco non incatenarmi al portone ma aiutare le persone a difendere i propri diritti. Nessun precario è stato abbastanza coraggioso da fare ricorso, non li biasimo ma io non ho titolo per farlo. Ci sono concorsi per superamento di precariato che coinvolgono personale che lavora a stretto contatto con i vertici che sono molto più scandalosi del concorso di cui tu parli. Ho proposto la stessa cosa ma nessuno si è fato avanti. Ho reagito con l’unica arma che conosco: ho presentato un esposto. Non mi sembra che tu e i tuoi confratelli abbiate fatto altrettanto esponendo così le vostre persone un pochino oltre le centinaia di email ai parlamentari, che forse vi hanno inserito nella lista dello spam a questo punto.
    All’assemblea di Napoli dello scorso aprile hai chiesto di intervenire e hai avuto la parola. Qual è il problema ? In quell’occasione io avevo solo il compito di moderare non certo quello di speaker, che invece a te è stato offerto siamo in attesa di un gesto di reciprocità.

  • #8183

    giuseppe.mattioli@ism.cnr.it
    Partecipante

    Vito stai un pochino stiracchiando qualcosina, ma non voglio insistere a spaccare il capello in quattro e accetto tutto dandotelo per buono, tranne una cosa: la richiesta di un parere all’Avvocatura dello Stato per l’inclusione nelle procedure di stabilizzazione di coloro che maturavano l’anzianità prescritta con il servizio nell’università ed in altri enti ed istituzioni di ricerca è venuta dal MIUR su indicazione dell’allora viceministro Fioramonti, ed a quanto ne so è stata partorita e formulata mediante l’interlocuzione diretta dei precari interessati con il viceministro e con i suoi collaboratori (tra i quali non sono incluso). Di tuoi interventi in merito non avevo saputo nulla, e sono felice di sapere che la tua voce si sia aggiunta a quelle, inclusa la mia, all’interno del movimento dei precari che hanno convinto prima l’intero movimento e poi anche le organizzazioni sindacali del fatto che era giusto allargare la platea degli stabilizzabili anche a questi colleghi, dato che purtroppo, tra le altre cose, l’università si trova ad affrontare un problema enorme con il proprio precariato che a causa dei costi da capogiro non viene colpevolmente affrontato. Tanto è vero che nel coordinamento dei PU ci sono oggi anche persone che si trovano in tale specifica situazione. Pur non essendo assolutamente pentito di questa posizione, registro che purtroppo ci sono ancora 500 colleghi che sono stati considerati idonei ad essere assunti e ancora non lo sono stati, per cui capisco, anche se non le condividevo e non le condivido, le preoccupazioni dell’epoca.

    • #8185

      Vito Mocella
      Moderatore

      Caro Giuseppe forse fra le centinaia di email che hai scritto al MIUR ti sei confuso.
      La richiesta di parere all’Avvocatura è stata proposta dall’Amministrazione del CNR (il MIUR se chiede i pareri li chiede per sé non certo per il CNR, credo ti sia sfuggito come funzionano i rapporti fra le amministrazioni) perché vi era una divergenza di opinioni fra la mia proposta (riunione CdA e successiva assemblea con i precari a luglio 2018), devo dire condivisa da Inguscio, e l’amministrazione dell’Ente che invece sosteneva che nelle istituzioni di ricerca non si dovessero ricomprendere le Università. Poiché l’amministrazione che poi gli atti deve mettere in pratica non era convinta dell’interpretazione estensiva si decise alfine a chiedere il parere di cui sopra. Il parere in realtà non serviva al CdA ma all’amministrazione che era convinta del contrario.
      Credo che ti sfugga il fatto che, data la legge e le circolari che sono di competenza di Parlamento e Governo poi il MIUR non era in nessun modo coinvolto nelle scelte autonome (devi convincerti di questa parola AUTONOMIA, siamo un ente AUTONOMO) degli Enti e mai e poi mai il MIUR avrebbe potuto dirci se e come procedere con la stabilizzazione. Non ti sarà sfuggito che altri Enti, anch’essi vigilati dal MIUR ma AUTONOMI, hanno incluso o escluso determinate tipologie di precari proprio perché non è nelle competenze del MIUR interferire sulle autonome scelte degli Enti.

  • #8186

    Diego Breviario
    Partecipante

    Il ruolo dell’ente è l’unico punto che non si può non condividere, perché è epistatico su tutto il resto. Se l’Ente è di ricerca si sviluppa in un certo modo, se è un’agenzia di servizio, in un altro. Molto semplice. E da un punto di vista squisitamente occupazionale ricordati che nel medio-lungo periodo, se non già nel breve, un’agenzia di servizio impiega molta meno gente di un Ente di ricerca.

    • #8187

      giuseppe.mattioli@ism.cnr.it
      Partecipante

      mai pensato, desiderato, lavorato affinché il CNR diventi un agenzia. non so perché mi viene attribuita questa affermazione. A fare agenzie per la ricerca ci pensa il Governo, e quella che ha immaginato non mi piace.

      • #8188

        Patrizia Lavia
        Moderatore

        Ti viene attribuita la visione del CNR come agenzia di servizi perchè quanto tu descrivi e auspichi, e accusi gli altri di non volere, è effettivamente più adatta a un Ente di servizi che di ricerca: il ruolo del mentore come lo concepisci, le modalità della formazione e del reclutamento, la rigidità delle tappe prefissate a gradoni, l’autarchia per cui non è necessario sperimentare nulla altrove ma basta la skype call.
        Credo che il discorso diventi sterile. La tua visione è questa, perciò continuerai a dire che vuoi un ente di ricerca non di servizi, ma ciò che descrivi non è un ente di ricerca. Guarda che non c’è nulla di male; ho fatto il caso dell’ENEA, per dire che un Ente può rendere ottimi e utili servizi. Solo che non è ricerca.

      • #8191

        Vito Mocella
        Moderatore

        Scusa Giuseppe, ti poni questa domanda ma mi sembra che tu abbia memoria corta. Nel tuo post del 4 novembre (ovvero prima che il ministro si accorgesse della manina che aveva inserito l’art.28) si legge:
        E’ freschissima la bozza della legge di bilancio con l’art. 28 che contiene le norme per l’istituzione di un’agenzia nazionale della ricerca che sovrintenda agli obiettivi del PNR e finanzi i relativi progetti. In quest’ottica il nostro compito come formatori di ricercatori dovrebbe essere quello di stabilire procedure eque per la selezione ed il reclutamento dei ricercatori, rispettose del dovere di essere pronti a rispondere a tali sollecitazioni istituzionali ..“.
        Prima che uscisse fuori il discorso della manina, mi sembra che la tua posizione non fosse poi tanto contraria !
        Ad ogni modo preannuncio che a breve sarà annunciata una prima assemblea Napoli, di cui si sta definendo il programma, proprio per discutere di Agenzia e dintorni.

        • #8192

          giuseppe.mattioli@ism.cnr.it
          Partecipante

          Vito io non sono pregiudizialmente contrario all’ANR, ho peccato di eccesso di sintesi. Però la vorrei con una maggioranza di membri del CUN e del costituendo (magari chiediamoglielo al ministro di emanare sto cavolo di decreto) Consiglio nazionale dei ricercatori e dei tecnologi. Se non si può fare questo allora buttiamo tutto l’art. 28 a mare e mettiamo i soldi nel FOE e nell’FFO

  • #8190

    patricia.iozzo@ifc.cnr.it
    Partecipante

    Tutti questi interventi mi hanno ispirato e mi sono fatta un questionario a risposta multipla (quindi di rapidissima compilazione) di sintesi e anche di enfasi di posizioni opposte. Se volete lo condivido, lo possiamo cambiare/integrare insieme e possiamo provare di rispondere e chiedere ad altri di rispondere. Forse di fronte a scelte estreme potremmo convergere più di quel che sembra. O forse no, ma almeno evidenziamo le differenze in modo inconfutabile.

    • #8194

      Patrizia Lavia
      Moderatore

      Iniziativa utile, grazie!

  • #8193

    Diego Breviario
    Partecipante

    Per me Patricia puoi andare con il questionario. E’ senz’altro una proposta stimolante che può smuoverci dall’attuale stallo e chiarire meglio le nostre posizioni. Ho fiducia che sarà ben fatto. Ciao.

  • #8196

    Diego Breviario
    Partecipante

    FYI
    PILLOLE INTERVISTA OGGI A RINO RAPPUOLI (openinnovation lombardia it)
    Ricercatore e manager, Medaglia D’Oro dal Presidente della Repubblica Italiana “Al merito della sanità pubblica”, il professor Rappuoli è vincitore di numerosi Premi tra cui l’European Inventor Award for Lifetime Achievement, per l’eccellenza della sua ricerca scientifica che ha permesso di sviluppare vaccini efficaci e innovativi.

    Il mio percorso però deve moltissimo anche alle esperienze all’estero, come visiting scientist alla Rockefeller University di New York e alla Harvard Medical School di Boston. E questo per due motivi. Anzitutto ho avuto modo di lavorare con i migliori al mondo nella ricerca su patogeni virali e batterici. Inoltre ho potuto vedere come è organizzata la ricerca là dove funziona davvero, e costruire un network di relazioni con esperti internazionali con cui negli anni ho continuato a collaborare”.

    La prima cosa da dire è che la ricerca in Italia non è abbastanza valorizzata: nel senso che non le è attribuito il giusto valore economico. C’è un problema di budget, ma il nodo è anche culturale. Per dire: negli anni ’90 l’Istituto Sclavo ormai di proprietà dell’ENI stava per perdere il suo settore ricerca. Intanto però avevamo sviluppato il miglior vaccino al mondo contro la pertosse, e per questo un’azienda bio farmaceutica californiana aveva deciso di investire su di noi: così, se l’Istituto contava 234 dipendenti oggi, grazie anche a varie fusioni e cambi di proprietà fino a quella della GlaxoSmithKline, siamo circa 2.500 persone nei poli di Siena e di Rosia. Dunque, non è tanto e solo questione di fondi: per fare ricerca occorrono soprattutto buone idee e progetti competitivi a livello internazionale. Secondo punto che voglio sottolineare è che la ricerca può essere la vera base di un’economia moderna, che di certo in Italia non può puntare sul costo del lavoro. A questo proposito, mi pare assurdo che il nostro Paese non abbia mai avuto un ministro della Ricerca, quando questa e la tecnologia sono gli unici fattori a poter garantire una crescita economica”.

    Nel 1995 Craig Venter riuscì però per la prima volta a sequenziare l’intero genoma di un organismo vivente: subito pensai che con quella nuova tecnologia a disposizione dovevamo tentare un approccio del tutto diverso. Allora sono andato da Venter chiedendogli di sequenziare il meningococco B: così, invece di partire dall’inoculare un agente patogeno attenuato o depotenziato per poi neutralizzarlo, grazie alla ‘mappa’ di Venter siamo riusciti finalmente a individuare una possibile ‘porta di accesso’ del vaccino: senza dover coltivare il patogeno, ma creando un agente al computer con parte del Dna del batterio. Di fatto si è trattato del primo prodotto farmaceutico sviluppato grazie alla genomica.

    “Sulle vaccinazioni c’è stato e c’è un grande problema di comunicazione. Ma non me la prendo con i No Vax, credo piuttosto ci sia una responsabilità collettiva nel non aver saputo spiegare cosa davvero si rischia: le nuove generazioni non hanno mai visto di persona quali possono essere gli effetti devastanti della poliomelite, o di altre malattie infettive pure prevenibili ed eliminabili. E non pensano che se la vita media oggi in Europa è di più di 85 anni, contro i 35 di inizio Novecento, è soprattutto grazie alle vittorie ottenute dai vaccini contro una serie di patologie. Credo allora che dovremmo cominciare dalle scuole, forse fin dall’asilo, a insegnare che certi traguardi non sono scontati, ma frutto di lunghe ricerche e di una buona prevenzione”.

    • #8197

      Patrizia Lavia
      Moderatore

      FYI bis.

      Eh si, si nota una certa differenza tra la concezione della ricerca di molti centri di prestigio stranieri, dove l’organizzazione mira davvero a far funzionare al meglio la ricerca, e quella nostrana nel belpaese.

      Copio e incollo da ROARS oggi.

      Agenzia per la Ricerca: opportunità o minaccia?
      2019-11-12 15:35:44 By Alberto Baccini e Giuseppe De Nicolao

      Nella Legge di bilancio in discussione al Senato, il Governo ha previsto all’articolo 28 la creazione di una nuova Agenzia Nazionale della Ricerca (ANR). Chi potrebbe mai opporsi alla creazione di una Agenzia che promuove efficienza, eccellenza, sinergia, cooperazione, innovazione, produttività e competitività? Tanto più che l’Agenzia, a regime, distribuirà 300 milioni annui di finanziamenti alla ricerca? In realtà, la notizia della creazione dell’Agenzia ha creato un serio allarme nel mondo della ricerca. Infatti, il Presidente dell’ANR è scelto e nominato direttamente dal Presidente del Consiglio e ben 5 membri su 8 del direttivo sono sotto il controllo politico diretto del governo poiché nominati da vari ministri. Non è la prima volta che i finanziamenti alla ricerca coprono, nemmeno tanto velatamente, il tentativo di mettere i professori e i ricercatori sotto il controllo dell’esecutivo. Tra coloro che hanno raccolto l’allarme c’è stato lo stesso Ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti. Per quanto possa sembrare incredibile, l’articolo di legge sarebbe stato “approntato da un paio burocrati in un fine settimana”, “senza che [il Ministro] sia stato neppure coinvolto”. “Basta manine!” ha twittato Fioramonti. In attesa dell’esame delle impronte digitali, toccherà al Parlamento fermare l’ennesimo attacco all’Articolo 33 della Costituzione. Nella Legge di bilancio in discussione al Senato, il Governo ha previsto all’articolo 28 la creazione di una nuova Agenzia Nazionale della Ricerca (ANR).

      La misura era stata annunciata dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte qualche settimana fa in un discorso tenuto al CNR. Prima di lui l’aveva annunciata il precedente ministro leghista del MIUR Bussetti. Era stata prevista nel contratto di governo gialloverde. Figurava nel programma elettorale 2018 del PD. Ne aveva auspicato l’istituzione perfino l’ANAC di Cantone. Ma che cosa è e quali sono i compiti dell’Agenzia Nazionale della Ricerca che riesce a mettere d’accordo quasi tutte le forze politiche presenti in parlamento? Si tratta di una agenzia che “promuove il coordinamento e indirizza le attività di ricerca di università, enti e istituti di ricerca pubblici verso obiettivi di eccellenza, incrementando la sinergia e la cooperazione tra di essi e con il sistema economico-produttivo, pubblico e privato, in relazione agli obiettivi strategici della ricerca e dell’innovazione nonché obiettivi di politica economica del Governo funzionali alla produttività e alla competitività del Paese”.

      Chi potrebbe mai opporsi alla creazione di una Agenzia che promuove efficienza, eccellenza, sinergia, cooperazione, innovazione, produttività e competitività? Tanto più che l’Agenzia, a regime, distribuirà 300 milioni annui di finanziamenti alla ricerca e, inoltre, si presenta come una struttura “agile”, composta da 1 Direttore e 8 membri del Comitato direttivo che con le loro decisioni saranno in grado di evitare sprechi di risorse, mancanza di coordinamento, consentendo la centralizzazione delle decisioni in tema di finanziamento alla ricerca. In realtà, la notizia della creazione dell’Agenzia ha creato un serio allarme nel mondo della ricerca. Infatti, leggendo l’articolo della legge di bilancio, si scopre che il Presidente dell’ANR è scelto e nominato direttamente dal Presidente del Consiglio e ben 5 membri su 8 del direttivo sono sotto il controllo politico diretto del governo poiché nominati da vari ministri. Con ogni evidenza, l’ANR realizza il sogno bi-partisan di porre sotto il controllo diretto del governo la ricerca e le università. Ma c’è davvero da temere che il Presidente del Consiglio e i suoi ministri non sappiano scegliere “persone di elevata qualificazione scientifica, con una profonda conoscenza del sistema della ricerca”? Per rispondere a questa domanda, è bene ricordare che Donald Trump ha chiesto agli scienziati che lavorano per il governo di omettere l’espressione “cambiamento climatico” dai loro report. Il parere degli scienziati è merce preziosa per chi governa, che non ama essere contraddetto da pareri autorevoli, che possono essere amplificati dai media e dagli avversari politici.

      I temi di ricerca scottanti per le ricadute politiche spaziano da quelli socio-economici, come le politiche economiche e il diritto del lavoro, a quelli che toccano la salute delle persone, come gli studi sugli inquinanti, sui vaccini e sui farmaci in generale. Ad essere in gioco non sono i privilegi di una casta di topi di biblioteca o di laboratorio, ma il diritto dei cittadini a ottenere pareri autonomi su temi da cui dipendono benessere e salute, ma anche la capacità di esercitare un voto libero e informato, in un’epoca sommersa da un diluvio di fake news e messaggi di parte. Quando la lotta politica è senza esclusione di colpi, la legislazione dovrebbe mettere in sicurezza l’autonomia della ricerca scientifica piuttosto che consegnarla nelle mani del governo in carica, di qualsiasi colore esso sia. Non è la prima volta che i finanziamenti alla ricerca coprono, nemmeno tanto velatamente, il tentativo di mettere i professori e i ricercatori sotto il controllo dell’esecutivo. Dopo anni di organici calanti, le Cattedre Natta avrebbero inaugurato una nuova categoria di superprofessori, scelti direttamente dalla presidenza del Consiglio.

      Anche il progetto Human Technopole era stato contestato perché i beneficiari erano un Istituto di ricerca, l’IIT, e nuclei di esperti selezionati direttamente dal potere politico. Va anche detto che non mancano gli scienziati pronti a mettersi a disposizione in cambio di poltrone e finanziamenti. Eppure, c’è anche un tessuto di professori e ricercatori che ha percepito immediatamente il rischio incombente quando il nostro blog Roars ha segnalato l’anomalia delle procedure di nomina dei vertici della nuova agenzia, nel segno di una centralizzazione senza adeguati contrappesi che non trova riscontro nelle vicine Francia e Germania. Paradossalmente, tra coloro che hanno raccolto l’allarme c’è stato lo stesso Ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, che, nemmeno fosse all’opposizione, in un post su Facebook dichiara: “faremo gioco di squadra col Parlamento per modificare queste norme”. Per quanto possa sembrare incredibile, l’articolo di legge sarebbe stato “approntato da un paio burocrati in un fine settimana”, “senza che [il Ministro] sia stato neppure coinvolto”. “Basta manine!” ha twittato Fioramonti. In attesa dell’esame delle impronte digitali, toccherà al Parlamento fermare l’ennesimo attacco all’Articolo 33 della Costituzione.

      Pubblicato (con leggere modifiche) sul Fatto Quotidiano del 6 novembre 2019

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